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Non è vero che il pollo italiano è allevato in batteria

Non è vero che il pollo italiano è allevato in batteria

In Italia da oltre cinquant’anni le gabbie non esistono più e nessun pollo o tacchino è allevato in batteria. Eppure in un recente sondaggio Doxa-Unaitalia l’83 per cento degli intervistati ha confessato di essere convinto del contrario. Un pregiudizio che nasce da un fraintendimento. In genere, infatti, i consumatori confondono i polli con le galline. Ma il modo in cui vengono cresciute le due tipologie di animali è molto diverso. L’allevamento delle galline ovaiole può avvenire a terra, all’aperto o in “gabbia”.

Per quanto riguarda i polli, invece, oggigiorno il cento per cento di essi è allevato a terra, all’aperto o, più frequentemente, all’interno di ampi capannoni ben areati e illuminati, dove i volatili possono razzolare liberamente su strati di materiale vegetale (quali paglia o trucioli di legno) assorbente e igienico. Inoltre alcuni capannoni possono essere dotati di aperture laterali che permettono agli animali di uscire all’aperto. Un sistema che garantisce il benessere animale ma anche la qualità e il gusto della carne. Come conferma il giornalista e divulgatore scientifico Alessandro Cecchi Paone. “Negli allevamenti di polli da carne le gabbie sono state abolite 50 anni fa, perché questo metodo di allevamento incideva negativamente sulla qualità della carne che non piaceva al consumatore, mentre continuano ad essere adottate per le galline ovaiole per ragioni di sicurezza igienica” sottolinea.

Il modello di allevamento italiano segue in tutto e per tutto le regole dettate dall’Unione Europea e ha come riferimento sostanziale il benessere degli animali. Tanto che a livello nazionale sono stati adottati sistemi come la ventilazione forzata ai fini di garantire un buon ricambio d’aria negli allevamenti e una serie di altri accorgimenti per favorire il benessere degli animali durante il trasporto e ridurne lo stress. Un esempio? Il fatto che allevamenti italiani e macelli siano molto vicini, in modo che i tempi di trasporto nei camion siano compresi tra meno di un’ora e quattro ore. Decisamente meno delle 8 ore massime con cui per legge sono definiti i trasporti brevi.

 

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