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Arrampicata: verso l’infinito e oltre!

Proprio come Buzz Lightyear, l'eroe del celeberrimo film d'animazione realizzato da Walt Disney e Pixar. Solo che nell’arrampicata sportiva non c’è effetto speciale che tenga. È un 'semplice' gioco di forza e concentrazione che insegna a ragionare persino con i piedi. Fin da piccoli...

Arrampicata: verso l'infinito e oltre!

Chiamatela come volete: voglia di arrivare in alto per vedere il mondo da una prospettiva diversa; desiderio di salire in cima per sfidare i propri limiti; smania di guadagnare la vetta per puro divertimento. Chiamatela come volete. Una cosa è certa: l’arrampicata è una disciplina sempre più in voga anche tra i bambini. E poco importa se mamma e papà sono appassionati. Ciò che conta è dare libero sfogo a un istinto del tutto naturale: quello di aggrapparsi a qualsiasi appiglio per potersi, poi, alzare e salire. In teoria dal gattonamento, in pratica già dai 4-5 anni, finché le forze lo consentono. Ne abbiamo parlato con Antonio Ungaro, segretario generale FASI, Federazione Arrampicata Sportiva Italiana. E con Giorgia Tesio, professione climber.

Salire in alto

Senza rischiare di farsi male. Anche cadendo… In due parole: arrampicata sportiva. E il pensiero corre subito alle scoscese pareti dolomitiche, ai moschettoni, agli imbraghi. Ma soprattutto al vuoto là sotto. Follia pura per i grandi, verrebbe da dire, figuriamoci per i piccini. Antonio Ungaro sfata un luogo comune: «L’arrampicata sportiva, in realtà, si può praticare anche nella più grigia e antropizzata delle città. Anzi, è proprio da qui che, in genere, si comincia. E ormai non c’è palestra che non abbia una mini parete su cui esercitarsi». Persino le ludoteche si sono attrezzate. In fondo basta poco: un pannello alto 3 metri, non di più, con un’altezza di salto non superiore a 2 metri e scalabile solo sulla sua parte anteriore. Prese e appigli di mille colori montati a norma e da società specializzate. Tappeti di gommapiuma o materassi dello sport da posizionare sul pavimento, lungo l’intera superficie d’impatto. Servono ad assicurare ai bambini una eventuale caduta ‘morbida’, casomai la caduta avvenisse a 60 cm da terra almeno, se non oltre.

Un istinto naturale

Un po’ come crescere fino a diventare grandi. «Insegnare ai bimbi ad arrampicare è un gioco semplicissimo perché, in fondo, fa parte di loro», continua Ungaro. «Prova ne è che, intorno all’anno, li troviamo in piedi nel lettino nel tentativo di scavalcare le sbarre. Successivamente gli ‘obiettivi sensibili’ diventano sedie, tavoli, muretti, alberi e via discorrendo. Insomma, nei primi anni di vita, i bambini dimostrano di avere una confidenza spiccata con tutto il mondo verticale. Utile assecondarli in questa avventura: sapranno trarre importanti giovamenti per il resto della loro esistenza». Perché l’arrampicata è una disciplina completa: fortifica il corpo, tempra la mente tanto che il CIO, Comitato Olimpico Internazionale, ha deciso di farne uno sport olimpico.

Il corpo: questo (s)conosciuto

Arrampicare sarà anche disciplina olimpica, per la precisione dal 2020 a Tokyo, ma la notizia davvero importante è che dietro quella ascesa ‘verso l’infinito e oltre’ sta un mondo pulito, «fatto di persone che hanno veramente voglia di mettersi alla prova, con abnegazione e spirito di sacrificio, per stare bene e far stare bene.
Già a 5 anni quando, ancor prima di sfidare la gravità aggrappandosi con mani e piedi nudi su improbabili appigli, cominci a prendere coscienza del tuo corpo, di quel che è in grado di fare in condizioni non proprio accomodanti: d’altra parte, stare sospesi alla stregua di ‘piccoli ragnetti’ non è certo come camminare. Per arrivarci ti devi esercitare, a una condizione: che tu ti diverta. Sempre. Così, a suon di ginnastica a corpo libero, fortifichi ogni parte del tuo organismo».

Golf e bambiniUn mondo pulito

Arrampicata: tutta questione di scelta

Ci vuole coraggio per fare quella giusta. «Nell’arrampicata sei tu con te stesso e le tue capacità», spiega Giorgia Tesio, a soli 18 anni tra le più quotate climber italiane e internazionali. «Devi lavorare molto sulla concentrazione. Devi imparare a stabilire, di volta in volta, quale presa con la mano o quale appoggio con il piede ti metta, più di altri, nelle condizioni di salire in sicurezza». E poco importa che la vetta sia a tre metri da terra. La caduta è sempre una sconfitta che, però, impari a gestire e superare, provando e riprovando. Finché, con tenacia e determinazione, tutto va nel verso giusto e ‘pianti’ la tua bandierina lassù, in cima. «Molto meglio di un problema di matematica a scuola per cui c’è sempre un’unica soluzione. Perché in parete è diverso: in base alla conoscenza che hai di te e delle tue capacità, puoi scegliere di muoverti in un modo o in un altro, in una direzione o in un’altra. Ogni tua scelta avrà una ripercussione: opportuno riflettere molto attentamente, senza trascurare alcunché. Un buon allenamento anche per la vita, no?».

Tenacia, vaglio critico, forza fisica

Ma anche capacità di affidarsi e senso di responsabilità. «Soprattutto se in parete si è in due», sottolinea Antonio Ungaro. «Nello specifico c’è una corda di mezzo (specialità lead), uno che la regge, l’altro che sale. Uno che deve valutare i rischi e guidare, l’altro che deve sapersi (af)fidare». Un gioco di squadra di estrema collaborazione che, in quanto tale, viene utilizzato persino come strumento didattico. Non per nulla l’arrampicata indoor, cioè al chiuso, rientra tra i programmi didattici previsti dal Ministero dell’Istruzione. Poi c’è quella outdoor, all’aperto, la più esaltante per Giorgia Tesio. «Sei a contatto con la natura che impari a conoscere, apprezzare e rispettare. Il passaggio da arrampicata indoor ad arrampicata outdoor è obbligato? No, anche questo resta una scelta che può fare chiunque a qualunque età. Basta solo essere allenati: nella mente e nel corpo».
Solo allora puoi andare verso l’infinito e oltre…

Tre domande a… Marcello Bombardi*

* Classe 1993, climber per vocazione, vincitore nel luglio 2017 di una tappa di Coppa del Mondo di arrampicata sportiva, specialità lead

Lei arrampica da quando aveva 7 anni: passione ereditata o vocazione innata?
«I miei genitori sono sempre stati appassionati di montagna, non però di arrampicata sportiva a cui sono arrivato frequentando una palestra vicino a casa. È stato amore a prima presa. Differentemente da sport più aerobici, non mi sono mai sentito sotto pressione. Perciò avverto meno lo sforzo immane che una disciplina come questa richiede».

Quando ha capito che ne avrebbe fatto la sua professione?
«Quattro anni fa, quando sono entrato nel gruppo sportivo dell’Esercito. Il solo modo per fare della tua passione una ragione di vita. Il primo, grande successo è arrivato a luglio 2017, quando ho vinto una tappa della Coppa del Mondo. Chissà che ne seguano altre: mi sto allenando duramente. Poi, l’obiettivo sarà Tokyo 2020».

Perché un bimbo dovrebbe avvicinarsi a questo sport?
«Perché con una maglietta, dei pantaloncini e un paio di scarpette, insegna la semplicità. Ma soprattutto perché ti sprona a fidarti: delle tue capacità e di quelle di chi sta con te, quando arrampichi in coppia. Un risvolto sociale importante se penso ai bambini disagiati, ai ragazzi abbandonati dalle famiglie, ai profughi. Chi più di loro ha bisogno di tornare ad avere fiducia?…».

di Chiara Amati

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