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Bye bye ciuccio, scacco matto in quattro mosse

Bye bye ciuccio, scacco matto in quattro mosse

Lo sappiamo bene: il ciuccio (o il pollice in bocca) non gli fanno bene, anzi. Alla lunga, possono determinare problemi di dentizione, che già di per sé non rappresenta un passaggio facile, per il bimbo. Ecco perché è opportuno che abbandoni questo vezzo entro i 4 anni. “Non dimentichiamoci, però, che siamo noi a dargli il ciuccio“, afferma la pedagogista Chiara Godina. “Siamo noi, dunque, che commettiamo il primo ‘errore’, se vogliamo definirlo così. Spesso ci comportiamo in questo modo quando non riusciamo ad allattarlo al seno e il bambino sente forte l’esigenza della suzione. Oppure, quando non è sufficientemente gratificato dalla poppata”.

Si comincia così, spesso: “E poi si continua. Al primo ‘nghè di insofferenza, lo rabboniamo con il ciuccio. Lo portiamo alla materna e lo teniamo calmo con il ciuccio. Si lamenta, annoiato, al supermercato e cerchiamo di distrarlo con il ciuccio. Che diventa a tutti gli effetti più un nostro che un suo problema“. Come superarlo? “Bisognerebbe ragionarci su prima della nascita”, prosegue Godina, “ed elaborare strategie alternative, sul tema. Ma non capita praticamente mai”. Quindi, bisogna passare al piano B. Che, secondo la pedagogista, prevede quattro semplici mosse, nel segno del buon senso.

1. Evitamo discorsi complicati o, peggio, terrorizzanti. “Inutile spiegare nel dettaglio al bimbo perché è opportuno che molli il ciuccio, o non porti il dito in bocca”, afferma Godina. “Non è produttivo: a lui di crescere con i denti storti, o con un apparecchio in bocca, non importa. E, comunque, è un discorso che non capisce, soprattutto se è piccolino. Meglio mettere in atto strategie di attenzione e compensazione”.

2. Procediamo per gradi. L’abbandono non deve essere traumatico, per lui. “Se il bimbo usa il ciuccio soprattutto per addormentarsi”, continua Godina, “una sera raccontiamogli una storia più lunga, che lo stanchi un po’ di più e che finisca con un folletto dispettoso che ruba il ciuccio ai bambini. A quel punto, mamma e papà potranno levarglielo e lo compenseranno con una razione supplementare di carezze“. La sera successiva, il ciuccio ritornerà, ma in quella dopo ci sarà un leprotto birichino, amico del folletto, che opererà una seconda sottrazione. E così via, passo dopo passo. Ci vorrà un po’ di tempo, ma ne vale la pena.

3. Elaboriamo strategie alternative. “Se, togliendoli il ciuccio o vietandogli il dito in bocca, si mette a piangere”, sottolinea la pedagogista, “distraiamolo con un bel giochino. Oppure, cantiamo una canzoncina assieme a lui, o facciamogli ascoltare una musichetta che gli piace. Oppure, ancora, spingiamolo a ripensare a tutte le cose belle che ha fatto durante la giornata”. Prima si comincia, ovviamente, e meglio è, “perché spesso il bimbo risponde con la suzione a una piccola frustrazione. Il ciuccio, per lui, ha una funzione non molto diversa da quella che riveste la sigaretta per un adulto”. Diventa una piccola dipendenza. Che bisogna sradicare.

4. Osserviamolo con attenzione. “Impariamo a conoscere in quali circostanze ricorre al ciuccio”, afferma Godina. “Lo mette in bocca prevalentemente quando ha sonno? Oppure quando si innervosisce, magari perché lo stiamo trasportando in auto e detesta le cinture di sicurezza? Bene: per ogni situazione c’è un rimedio da mettere in campo. Basta non farsi scoraggiare o, peggio, usare il ciuccio come scorciatoia per raggiungere l’obiettivo che ci siamo dati. Ricordiamoci sempre che siamo noi gli adulti. Il bimbo fa quello che gli permettiamo di fare”.

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