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Domande scomode

Sono affilate come una lama. Perché sanno toccare proprio i nostri nervi più scoperti. Logico che poi ci mandino in tilt. Impariamo a rispondere alle domande scomode dei nostri bambini partendo da noi stessi. Così!

Domande scomode

Capita sempre quando meno te l’aspetti. Siamo intente a preparare la cena e lui, il “quattrenne” di casa, ci fredda con una delle sue domande scomode: “Cos’è la morte?”. O… “Perché quando vedi papà ti arrabbi?”. Ma potrebbe anche essere: “Cosa facevate nel lettone?”. E la pasta, anziché nell’acqua, cade rumorosamente sul piano cottura. Dopo attimi di panico, mettiamo a fuoco che le sue sono curiosità comprensibili e richiedono una risposta. Ma nella maggior parte dei casi, non sappiamo da che parte cominciare. Serve aiuto. Noi l’abbiamo chiesto ad Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta e scrittore.

La verità sempre

«I bambini», ha spiegato subito Pellai, «ci mettono spesso alle corde perché fanno leva sulla nostra vulnerabilità. E noi ci sentiamo fragili dinanzi alla morte, impacciati davanti al sesso, insicuri di fronte a questioni familiari irrisolte. Sono questi gli ambiti che i piccoli, specie tra i 3 e i 5 anni, cominciano a indagare. E più ci facciamo vedere irritati, impauriti, mal disposti, più le domande si fanno incalzanti. Non aspettiamoci sconti: loro vogliono sapere. Giusto mettersi in posizione d’ascolto per trovare la risposta più adeguata. E sincera. Perché, regola numero uno, ai bambini bisogna sempre dire la verità. Anche dinanzi a domande scomode».

Questioni di famiglia

La mamma piomba in sala, il papà si dilegua in cucina. Se per caso si incrociano nella stessa stanza, gli sguardi corrono in direzioni opposte. C’è maretta. Che il piccolo coglie, fa sua, elabora e: “Mamma, perché eviti papà?”. Oppure: “Papà, non vuoi più bene alla mamma?”. «Pensavamo di riuscire a tenere tutto nascosto», ha chiarito Pellai, «ma siamo stati presi in contropiede: il conflitto latente è stato smascherato. I bambini sono abilissimi nel cogliere anche le cose non dette. Può darsi, poi, che la realtà non corrisponda a quel che si sono costruiti nella loro testa. Un motivo in più affrontare subito l’argomento e rassicurarli».

Reazione a caldo. L’istinto ci suggerisce di arginare la curiosità del “baby impiccione” e rispondergli, magari con toni irritati: “Sono cose da grandi”. «Ma con questa risposta lo escludiamo da un mondo che, fino a quel momento, era anche suo. E lui lo capirà, come ha capito che tra mamma e papà qualcosa sta andando storto. In più, non potendo fare le sue domande scomode, arriverà a immaginare cose che, magari, neppure esistono». Urge un piano B: negare per proteggerlo. E allora: “Macché! Tra mamma e papà va tutto bene”. Salvo poi non scambiarsi un bacio, una carezza, neppure una parola. «Il bambino ha già fiutato il problema. Negarlo significa raccontargli una bugia che gli farà perdere la fiducia in noi».

La strategia giusta. «Mamma e papà hanno litigato. Capita a tutti. Il bello, poi, è fare pace e tornare a scambiarsi tante coccole».
Il litigio è irreversibile? «Inutile addolcire la pillola. In più riprese – certe cose richiedono tempo e parole giuste -, gli si può spiegare che mamma e papà hanno deciso di non stare più insieme, ma il loro amore per lui cresce ogni giorno di più».

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Domande scomode: a luci rosse

La mamma rientra dal lavoro e lui, con la curiosità dei suoi 5 anni, la inchioda con la più classica delle domande scomode: “Come nascono i bambini?”. Prendere tempo può aiutare a chiarirsi le idee sulla strategia da adottare. E se proprio ci sentiamo in difficoltà, possiamo dirgli che il contributo di papà è irrinunciabile. Quindi, aspettiamo che torni. «In questo modo non gli neghiamo una risposta: la rimandiamo di poco e lui avrà i genitori a disposizione».

Reazione a caldo. La domanda però è lì, in testa, e finché non hai risposto non ti senti “genitore autorevole”. Perché non affrontare l’argomento subito? «Nel caso cerchiamo di dire cose che anche papà direbbe, onde evitare di incappare, poi, in contraddizioni. Ma soprattutto evitiamo cavoli e cicogne. La regola resta la stessa: ai bambini dobbiamo sempre dire la verità: semplice ma non banale, ricca di esempi concreti, meglio se presi dal nostro quotidiano».

La strategia giusta. Sediamoci accanto a lui e spieghiamogli che «un bambino nasce dall’incontro di mamma e papà», ha continuato Pellai. «Il papà ha dei semini che entrano nel corpo della mamma, dove ci sono degli ovetti pronti ad attenderli. È dall’unione di un semino e di un ovetto che nasce il bebè. In genere questa risposta è più che sufficiente a soddisfare le sue prime curiosità».

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I grandi misteri

Ora di nanna. Tutto sembra procedere come al solito quando lui, con un occhio aperto e uno chiuso, domanda: “Anche tu muori?”. E il cuore quasi cessa di battere, con il rischio di dimostrargli in tempo reale che, sì, anche la mamma muore.

Reazione a caldo. Vorremmo far finta di niente. O dirgli che “la mamma sarà sempre con te”. «No: può sempre capitare che muoia il genitore di un suo amichetto. E lui tornerebbe a interrogarsi, con una certezza: quel che gli abbiamo detto, anche se per confortarlo, non corrisponde al vero».

La strategia giusta. Mantenere i nervi saldi davanti a un tema che allontaniamo come “cattivo pensiero” è difficile. «Partiamo da un fatto certo: tutti moriamo», ha concluso lo psicoterapeuta. «Quindi, sì: anche la mamma e il papà muoiono. E visto che noi genitori tendiamo a non turbare i figli con argomenti dolorosi, potremmo aggiungere che combatteremo con tutte le nostre forze per vederlo crescere, per partecipare ai suoi successi, per conoscere i suoi figli. Il messaggio che gli passiamo è il nostro attaccamento alla vita in funzione sua. Lui maturerà la consapevolezza di avere due persone che lo amano e sulle quali potrà sempre contare».

Il concetto di morteSpiegalo così

di Chiara Amati

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