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Equitazione: uno sport a misura di bambino

Quando un bambino incontra un pony, nasce un’amicizia straordinaria. Al galoppo, insieme, sarà avvincente. Ma l’emozione vera sta nella tranquillità della scuderia. Dove uno guarda all’altro con rispetto e lealtà. In attesa della cavalcata successiva...

Equitazione: uno sport a misura di bambino

Siamo a cavallo!, verrebbe proprio da dire. Se non fosse che l’espressione, per una volta, è tutt’altro che metaforica. Dopo essersi cimentato, con scarsa convinzione, in diversi sport, il principino di casa ha finalmente deciso quello che fa per lui: il cavallo, appunto. Anzi, viste le dimensioni mignon del cavaliere in questione, un bel pony. Giurando e spergiurando che “l’equitazione sarà per sempre!”. Questa volta, però, a scoraggiare fin da subito i genitori, mamma in testa, è il compagno di gioco: un amico a quattro zampe il cui peso mediamente si aggira intorno ai 300 kg. I pensieri nella sua testa si rincorrono: “E se scalcia? Gli animali sanno essere imprevedibili! No, troppo pericoloso! Senza contare il fatto che lo sport deve favorire il movimento: nella equitazione fa tutto il cavallo”. Siamo sicuri? Lo abbiamo chiesto a Francesco Girardi, Direttore Sportivo Discipline Olimpiche della FISE, Federazione Italiana Sport Equestri, oltre che cavaliere federale e padre affettuosissimo di tre… cavallerizzi.

Lo dice la scienza

Andare a cavallo aumenta le abilità cognitive dei bambini. E a provarlo è un recente studio promosso dall’American Youth Course Council. Che Girardi condivide soddisfatto anche se, ironizza, «scomoderei gli scienziati per altro. Che l’equitazione sia stimolante può dirlo chiunque metta piede in un circolo ippico, dove anche i più piccoli interagiscono con gli animali fin dal primo incontro. Il desiderio di stare insieme e diventare amici è forte da entrambe le parti. Ci vuole, però, il giusto approccio che si traduce in un avvicinamento graduale al pony,
in una carezza, in una parola sussurrata…». Basta un ‘ciao’. I pony sono animali intelligentissimi: imparano presto ad accettare e riconoscere il loro nuovo compagno. Non sempre, però, è amore a prima vista. «Come in tutte le situazioni, del resto», sottolinea Girardi. «Le lezioni di prova servono proprio a capire le affinità. Sta nell’abilità dell’istruttore studiare attentamente le caratteristiche del cavallo e del cavaliere, così da individuare la miglior coppia possibile».

E adesso… in sella!

Altro che ‘svago’! Qui siamo nel cuore dello sport con tutto quanto esso comporta. «Salire su un pony», spiega Girardi, «richiede molta concentrazione e una spiccata resistenza fisica. Stare in equilibrio sul dorso dell’animale, seguire e ammortizzare il movimento del suo passo, direzionarlo, frenarlo… sono azioni che sollecitano ogni parte del corpo del bambino. Che a fine lezione sarà davvero stremato, tanto da cedere alla tentazione di lasciarsi mollemente scivolare sul dorso del suo compagno di avventura. Ci sta: anche questo serve a creare complicità». Il pony, infatti, percepisce il bisogno di riposo del piccolo e lo lascia fare.

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L’allenamento continua anche dopo

Le attività di ‘grooming’ – sollevare selle, trasportare secchi con la biada, pulire la stalla dell’amico a quattro zampe – sono solo alcuni degli esercizi fisici che coinvolgono il corpo anche a cavalcata finita. Senza contare il senso di responsabilità che da tutto questo deriva. «Ad esempio, un bambino educato a mettere e togliere le briglie, a strigliare il suo pony, a lucidargli gli zoccoli diventerà un adulto coscienzioso perché, fin da piccolo, avrà imparato a prendersi cura dell’altro, con affetto e dedizione, per farlo stare bene».
Infine, permettere al piccolo cavaliere di assistere, ad esempio, ai controlli del veterinario, gli consentirà di scoprire l’importanza della salute: da preservare prima di tutto con un’alimentazione adeguata. Sarà (più) semplice mangiare sano anche in famiglia. Anche questo è equitazione».

Tra slancio e vitalità

La natura equina ha una influenza positiva sui bimbi. Il pony, così come il cavallo, è un grande mediatore relazionale, con un carico di valenze affettive a dir poco terapeutiche. Perciò, anche il bambino più introverso in sella a un pony impara ad acquisire sicurezza in sé e nell’altro, in un contesto squisitamente naturale e libero. Andare a cavallo, insomma, significa crescere, maturare, valorizzare il senso del sé, elaborare pensieri positivi. Quelli che ti insegnano a superare, con slancio, ogni ostacolo. La vita si cavalca così!

Equitazione: a che età cominciare

Il prima possibile. Per un motivo più che valido: l’equitazione ha una forte valenza educativa. Favorendo la relazione tra due esseri viventi, insegna anche ai più piccoli a rispettare e a prendersi cura del loro amico speciale.

Già a 4 anni
Con bimbi tanto piccoli, la prima valutazione da fare riguarda il posto: «Che sia un centro FISE, dove istruttori qualificati ‘studiano’ il baby cavaliere», sottolinea Francesco Girardi. «Un passaggio irrinunciabile, in genere su quattro lezioni di prova gratuite, per capire se i tempi siano maturi. Nel qual caso si favorisce ‘il gioco’ bambino-animale attraverso il contatto, ad esempio una carezza».

A 6 anni
L’attività, all’interno della scuola, si intensifica. Se prima era una volta a settimana, adesso si comincia con un paio di lezioni. I bimbi più convinti arrivano anche a 4, con tanto di gare che, però, sono puramente ludiche. Come dire:
non esiste classifica finale. Quel che conta è l’esperienza, arricchente, del bambino con il suo pony.

A 8 anni
Al via la fase preagonistica che può arrivare a comportare anche una lezione al giorno, con un pony
di proprietà oppure preso in fido dalla scuderia. Il legame animale-bambino si fa unico ed esclusivo. Questo consente al duo di cimentarsi con successo nelle prime gare ‘serie’.

A 12 anni
Chi pratica equitazione lo sa. Questa è l’età dell’agonismo, ma solo se lo si desidera davvero, consapevoli del fatto che il coinvolgimento è totale. Troppo? Si resta al preagonismo, con il solo obiettivo di divertirsi.

Tre domande a… Lorenzo De Luca*

*Leccese, classe 1987, è settimo nella graduatoria FEI (Fédération Equestre Internationale). Mai nessun italiano come lui che, in sella, al suo Ensor de Litrange LXII, punta dritto a Tokyo 2020. Intanto, con Halifax van Het Kluizebos, s’è aggiudicato il Rolex Gran Premio Roma all’86° Csio di Roma Piazza di Siena (27 maggio 2018)

Equitazione: tradizione di famiglia o scelta personale?
«Direi piuttosto un caso. Ho sempre guardato ai cavalli con ammirazione. I miei genitori non ne volevano sapere. Li ho sfiniti a suon di richieste: “Voglio provare, voglio salirci!”. Alla fine hanno capitolato, certi che sarebbe stato un fuoco di paglia. Hanno sottostimato la mia determinazione. Ricordo ancora la prima volta in sella: un’emozione mai provata prima. E una certezza: quello sarebbe stato lo sport della mia vita».

Cosa richiede?
«Tanto tempo, passione, dedizione. Nell’equitazione il primo atleta è il cavallo. Bisogna imparare a gestirlo al meglio: nutrendolo, coccolandolo. E non basta perché poi devi pensare  anche al veterinario, al maniscalco… Il suo benessere dipende da te: non puoi delegare pensando solo all’ora o due di lezione a settimana. Montare a cavallo significa instaurare un dialogo amichevole con lui».

È rischioso?
«Non più che avere a che fare con una palla. Il cavallo è intelligente: non nuocerebbe mai al cavaliere.
È importante, però, che ci si conosca, nel rispetto dei tempi di entrambi. Ad esempio, un bambino che comincia, non deve avere fretta di andare al galoppo. Prima è bene che instauri un rapporto di fiducia con l’animale. Fatto ciò, non c’è rischio che tenga».

di Chiara Amati

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