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Golf: tutti in buca!

Famiglie con bambini piccoli comprese. E senza bisogno di avere un portafogli a soffietto. Alla faccia di chi (ancora) pensa che il golf sia uno sport d’élite

Golf: tutti in buca!

Passeggiare all’aperto, tra mille sfumature di verde, per poi fermarsi in una piazzola d’erba rasata (tecnicamente ‘tee’), sistemarsi per bene, mazza alla mano in rigorosa posa plastica, sferrare il tiro. E sperare che quella pallina bianca e ‘rugosetta’, lanciata chissà dove, finisca dritta dritta in buca. Laggiù, nel ‘praticello di atterraggio’, sempre perfettamente ‘pettinato’, che gli addetti ai lavori chiamano ‘green’. Il colpo della vita per chi gioca a golf ad alti livelli. Un sogno per un bambino che, però, si accontenta di molto meno: un campo-pratica, non necessariamente sconfinato, con tanto di alberi, laghetti… e una sacca con gli attrezzi del mestiere, entusiasmo incluso. Ma, si sa, in quanto a ‘joie de vivre’, i più piccoli sono i veri campioni da battere. Nessuno è meglio di loro!

A lezione di ecologia

Rispettare il Pianeta è un (bel) gioco da… bambini. Green per mission, come lei stessa ama definirsi, Anna Roscio è responsabile della Squadra Nazionale Femminile di golf e di tutto il settore giovanile. Ma Anna Roscio è prima di tutto mamma. «Nella valutazione della scelta di uno sport, non posso non considerare l’ambiente in cui viene praticato. Il golf, in questo, non ha uguali. Si respira aria buona perché si gioca all’aperto, a stretto contatto con la natura e tanti animaletti che i più piccoli imparano a rispettare. E si gioca tutti i giorni, anche d’inverno. Le mamme apprensive temono che i bambini sentano freddo? Nessun problema: nel campo-pratica, dove si apprendono i rudimenti, c’è sempre un posto coperto in cui esercitarsi». E di esercizio fisico i golfisti in erba ne fanno! «Molti genitori pensano che sia una disciplina ‘comoda’», continua Roscio. «In realtà, bisogna essere molto bene allenati anche solo per raggiungere tutte le 18 buche previste. Senza contare che imbracciare un ‘legno’ per scagliare la pallina il più lontano possibile richiede davvero tanta forza».

Sabbie… immobili

Quando la palla finisce qui, la sfida è uscirne vincenti e senza mai lasciarsi sopraffare dallo sconforto, come dovrebbe essere anche nel quotidiano. Per Anna Roscio «l’immagine del bambino che, dopo aver mancato il green (succede anche ai grandi campioni!), si trova a dover recuperare una palla impossibile laggiù nel ‘bunker’, in quella insidiosissima depressione sabbiosa, è una delle metafore più avvincenti della vita. Per la serie: provi, lanci, sbagli e, alla fine, ti ritrovi ai margini. Allora prendi coscienza della situazione e fai di tutto per rientrare in gioco. Con carattere e determinazione». Ma soprattutto con la consapevolezza che persino alla più grossolana delle ‘flappe’, di quelle che ti fanno alzare un’enorme zolla di terra ma non la pallina, si può e si deve rimediare. Se poi, per scarsa preparazione più che per malaugurata sorte, il secondo, il terzo, il quarto tentativo fallissero, ci si ferma e si fa autoanalisi. «Il golf è anche questo», sottolinea Roscio che poi specifica: «Ci si mette, cioè, in discussione, si riflette su ogni singola mossa, prima e dopo averla compiuta, si rivede tutto l’allenamento».

Concentrazione

Ovvero, quando la testa conta più di ogni altra cosa. Detta così, e senza voler fare del veterofemminismo, verrebbe da pensare che il golf sia, allora, più adatto alle bambine. «In apparenza sì dato che richiede un alto grado di attenzione», argomenta Anna Roscio. «Le femminucce sono in genere più diligenti e precise. Nessuno meglio di loro riesce a focalizzarsi su un obiettivo per perseguirlo con calma e serietà». Poi, però, c’è anche il fattore forza… «In questo i maschietti non hanno rivali. Il che la dice lunga sul fatto che il golf è uno sport adatto a tutti, senza distinzione di genere, né di età. Uno sport che di ognuno esalta la caratteristica dominante, facendo però emergere anche quella che non penseremmo di avere. Una su tutte: la pazienza, virtù non proprio a misura di bambino, maschio o femmina che sia. Nel golf la fretta non esiste: ogni buca richiede del tempo. Il risultato sarà più apprezzabile quanto più meditato. Un concetto che i bambini fanno loro in fretta».

Sport e bambiniIl fattore età

Leali si diventa

E senza l’intervento di una figura di controllo perché nel golf l’arbitro non esiste. Al sicuro da occhi indiscreti, ad esempio, chiunque potrebbe avvicinare la pallina alla buca per essere certo di infilarcela, magari al primo tentativo. Invece no. Nel golf ogni giocatore impara fin da piccolo a osservare le regole, che sono ferree. Nel rispetto di se stessi e degli altri. Il bambino ha, più o meno involontariamente, dato un calcetto alla palla che si è mossa? Per Anna Roscio «lo dichiara e si autoinfligge una penalità. Cosa non da poco, intanto perché è un bambino: la smania di vittoria, costi quel che costi, è il suo forte. Poi perché, quando si gareggia da soli, si è più portati a fare gli ‘gnorri’. In team, invece, è diverso dal momento che ci si controlla a vicenda». A proposito di team, in buca si va pure insieme. Il messaggio che ne deriva è chiaro: il golf è anche un gioco di squadra, dove ognuno deve dare
il massimo per sé e per gli altri. Tra decisioni da prendere in solitaria per il successo di tutti. Con responsabilità e fairplay. Non solo in campo…

Golf: a che età cominciare

Presto, senza timore dei costi. Anche il golf ha accusato la crisi: nei campi-pratica, e nei più esclusivi circoli, ci sono pacchetti per tutte le tasche

Già a 4 anni. Per questi bambini il golf è una serie di percorsi propedeutici, in mezzo al verde, finalizzati ad allenare le qualità che serviranno in futuro. Una su tutte: la precisione. E allora, molto usati in questa fase sono, ad esempio, i tiri a segno in velcro su parete verticale. Ai bimbi viene richiesto di lanciare la pallina per fare, prima o dopo, centro. O comunque per avvicinarsi quanto più possibile. Uno sforzo da ripetere, poi, con bastoncini e ferretti alla mano, nel ‘puttin green’ (o campo-pratica) dove il centro è la buca da colmare con la pallina.
A 7/8 anni. Terminata la fase del gioco propedeutico, non troppo specifico e, in genere, in compagnia
di mamma e papà, comincia quella del ‘club dei giovani’, con lezioni mirate e maestri specializzati nelle diverse fasce di età. ‘Legni’ e ‘ferri’ cambiano dimensioni a seconda della crescita dei bambini.
A 10 anni. Iniziano le prime gare giovanili di categoria. Giocando tra loro, bambini e ragazzi assaporano
il gusto di una sana competizione: da soli e in team. Le partite si disputano nel verde di campi dalle mille variabili meteo: vento, sole, pioggia, pollini… Per la serie: ogni buca non è mai la stessa. E quindi, c’è sempre da rifletterci sopra e imparare anche da situazioni vissute in precedenza, che non vanno mai date per scontate!

Tre domande a… Edoardo Molinari*

* vincitore, insieme al fratello Francesco, anch’egli nel Team Europa, della Ryder Cup 2010 e vincitore, sempre in coppia con il fratello, della World Cup per Nazioni nel 2009

Qual è il ricordo più bello della sua carriera?
«Senz’altro la vittoria della World Cup, nel 2009, insieme a mio fratello Francesco. Tenere alto il nome dell’Italia nel mondo è un’emozione indescrivibile. Splendido anche tornare a vincere dopo 7 anni (trofeo di Hassan nell’aprile 2017, ndr) a seguito di due interventi chirurgici alla mano sinistra. Quello degli infortuni è stato il periodo peggiore di tutta la mia carriera: non lo auguro a nessuno sportivo».

È vero che, in campo, siete tutti amici?
«Verissimo. Tra noi ‘colleghi’ c’è uno splendido rapporto di stima reciproca anche se, poi, durante i tornei, bisogna dare il massimo per battere l’avversario. Niente sconti per nessuno, fino all’ultima buca. Alla fine, comunque, prevalgono il fairplay, l’educazione e il rispetto, l’autocontrollo e la disciplina. Anche fuori gara».

Ryder Cup, Roma 2022: obiettivo possibile?
«Sulla carta sì, anche se, per raggiungerlo, devo migliorare molto il mio gioco attuale e tornare ai livelli del 2010. La concorrenza è spietata. Sarà difficile, ne sono consapevole, ma a me sono sempre piaciute le sfide. E poi, vuol mettere vincere a Roma, nella nostra meravigliosa Italia? Il sogno di una vita!».

di Chiara Amati

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