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Le prime bugie, frutto della fantasia

Le prime bugie, frutto della fantasia

Un bimbo di 3 anni è in grado di inventare una bugia, magari negando la verità per ingannare mamma e papà? La maggior parte degli psicologi crede di no. E distingue tra bugie vere e bugie false. Le bugie false, a differenza di quelle vere, non negano la realtà per trarre in inganno: semplicemente raccontano una realtà diversa. Un ‘talento’ proprio del bimbo fino ai 4 o 5 anni, quando non sa ancora distinguere tra il reale e l’immaginario. In fondo, per lui il reale è recentissimo, ma l’immaginario è sempre presente! Più che di prime bugie, quindi, si tratta di… invenzioni fantastiche.

Un linguaggio impreciso crea le prime bugie

Per comprendere le bugie dei bambini, bisogna prima capire il loro linguaggio che si differenzia dal nostro per alcune caratteristiche.Racconta le emozioni: Matteo, dopo aver dato un pugno al suo compagno, corre dalla mamma dicendo: “Mi ha picchiato”. Ciò che giganteggia nella testa di Matteo è il pugno, non chi l’abbia dato o ricevuto. A quest’età i bambini non hanno ancora imparato a definire la realtà e trasferiscono sugli altri le loro esperienze. È per questo che a volte la tendenza alle bugie avviene nei momenti più delicati della crescita, come la nascita di un fratellino, l’ingresso alla scuola materna, la lontananza di uno dei genitori.
È globale, cioè trascura i dettagli: “È stato il fratellino (nella culla) a rompere il bicchiere”. Il pensiero di un adulto è in grado di isolare i dettagli senza perdere di vista l’insieme del problema. Nei suoi primi anni il bambino, invece, vede le situazioni come un tutto indivisibile: non è in grado di distinguere il passato dal futuro, la causa dall’effetto. Si fissa su un particolare, in questo caso il fatto di essere solamente in due nella stanza, e tutto il resto sparisce, anche la consapevolezza che il fratellino è nella culla e non può muoversi.

Le prime bugie, mix di realtà e fantasia

“È stato lui (l’amico immaginario) a giocare con il computer”. Spesso l’amico immaginario è per il bambino qualcuno al quale addossare la colpa quando combina un guaio oppure su cui riversare passioni inaccettabili. Tutti i cattivi istinti, come l’odio, la paura, la gelosia, la menzogna possono così essere delegati all’amico immaginario, mentre il bambino si attribuisce il ruolo del buono che ha il diritto di arrabbiarsi, rimproverare e punire. Questi simulacri di buona e cattiva condotta rappresentano i primi sforzi per conformarsi alle aspettative dei genitori: sono un modo per ammettere la propria responsabilità, ma per interposta persona.

Le prime bugie ci parlano di lui

È suggestionabile: interrogati, i bambini piccoli si sentono in obbligo di dare la risposta che credono ci si aspetti da loro e, se mostrate di gradirla, aggiungono dettagli, iperboli e coloriture con la perizia tipica di un grande fabulatore.
Segue la logica dei desideri e non della realtà: “Ti sei lavato le mani?”, chiede la mamma al bambino prima di porgergli una fetta di torta. “Sì”, risponde lui, ma non è vero e lo si scopre subito vedendo le manine tutte colorate di pennarello. È una bugia? Per noi sì, ma non per un bambino. Quello che il piccolo ha voluto dire con il suo semplice sì è: “Non posso aspettare, voglio mangiare subito la torta”. Il bambino non ha ancora imparato a posticipare la soddisfazione dei propri desideri. “Non sono stato io!”

Che cosa vuole dirci il bambino

Mentire per un bambino piccolo spesso significa “Non intendevo farlo”. La bugia, cioè, è utilizzata come negazione di una cattiva intenzione piuttosto che come negazione del fatto in sé. È come se il bambino dicesse: “Ho fatto qualcosa di male, ma non sono cattivo”. È un invito a non insistere sulla marachella che ha commesso. Il “Non sono stato io” nasconde tre esigenze fondamentali: evitare il castigo; cancellare la colpa;- affermare la propria indipendenza. È, in altre parole, un meccanismo riparatore che il bambino mette in atto per aumentare e conservare la stima in se stesso. Con le prime bugie il bambino scopre di possedere una mente propria, un’identità privata che rimane segreta per gli altri. Secondo gli psicologi è questa una fase cruciale nello sviluppo dei confini dell’io e del concetto di sé. Possedendo un segreto, il bambino sa di avere qualcosa di esclusivamente suo e privato e arriva in questo modo alla percezione di sé come individuo. Ma non soltanto. Fino a 6 anni i bambini sono sprovvisti delle capacità logiche e mentali che permettono di falsificare volutamente la realtà. Fanno uso di artifici semplicissimi. Non nascondono alcun elemento né lo sostituiscono con altri perché mancano della capacità di astrazione, della possibilità cioè di lavorare sui simboli, abilità che si acquisiscono con l’apprendimento delle funzioni numeriche e della geometria. Privo di sofisticatezze intellettuali, l’unica bugia che il bambino è in grado di presentare consiste nella negazione della realtà.

Come non reagire alle prime bugie

Non è piacevole scoprire che il bambino ha sottratto di nascosto un giocattolo a un amico, che ha rubato le biglie dal cartolaio o che racconta un sacco di frottole per nascondere le proprie malefatte. Spesso ci si lascia trasportare dalla rabbia e dalla preoccupazione e lo si aggredisce con parole infuocate. È difficile, però, che questo induca il piccolo a comportarsi meglio. Queste parole, infatti, invece di stimolarlo positivamente a cambiare atteggiamento, possono umiliarlo e dargli un’immagine negativa di sé. Così si convince di essere esattamente come viene definito e giustificherà i propri comportamenti pensando di non poter cambiare mai più.

Cosa evitare  le prime bugie

Ecco gli atteggiamenti che nell’esperienza di molti genitori si sono dimostrati più efficaci. Nel rimproverate il bambino, l’accento non va posto sulla bugia in sé, quanto sulla marachella che la bugia vuole nascondere, evitando i toni accusatori che lo mettono nella condizione di raccontarci frottole. Invece, ribadite le regole: “I trucchi della mamma non si toccano”, “Non si prendono le cose altrui senza chiedere il permesso”….
Allo stesso modo, quando scoprite un misfatto e non ne conoscete l’autore, evitate le domande inquisitorie. La domanda presuppone un colpevole. Ha inizio l’istruttoria, l’interrogatorio, il terzo grado: tutto un rituale che predispone alla bugia. Invece di andare a caccia del colpevole riaffermate con fermezza la regola infranta (“Bambini, vi avevo detto che il telecomando va rimesso al suo posto”).
Ha rubato i pennarelli? “Non voglio che tu prenda le cose degli altri senza chiedere e non mi piace che mi racconti bugie. So che morivi dalla voglia di prendere i pennarelli del tuo amico, ma non dovevi portarli a casa”.

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