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Le sue prime parolacce

Le sue prime parolacce

È alla scuola materna il bambino scopre il ‘piacere’ delle parole. Le pronuncia, le ripete, le inventa, ne ascolta la musica, le usa per mettere ordine nei propri pensieri e per capire l’effetto che fanno sugli altri. Unico neo: inizia anche a dire le parolacce.

Cacca, pipì… e tante risate
In tutte le culture del mondo, i termini prediletti dai bambini tra i 3 e i 5 anni sono quelli che gli esperti chiamano scatologici, che si riferiscono cioè ai bisogni corporei, forse per la preoccupazione che gli adulti dedicano alla regolarità delle loro funzioni intestinali. È questo anche un modo per esprimere la loro curiosità nei confronti di qualcosa di ancora poco chiaro e la loro soddisfazione per quello che riescono a fare da soli, come i grandi, senza pannolino. Ecco perché, tra tutte le parole con cui giocare, quelle riguardanti la cacca e la pipì, due oggetti cui gli adulti sembrano attribuire una particolare attenzione, sono le più usate e le più divertenti.

La parolaccia: uno ‘strumento’ sconosciuto…
Man mano che il bambino si impadronisce del potere del linguaggio, usa questa sua nuova acquisizione per introdursi a un livello più alto di comunicazione, sostituendo lo scontro fisico – pugni, calci e morsi – con la battaglia verbale: parolacce e insulti. Se da una parte tende a picchiare di meno, insomma, dall’altra comincia a offendere con le parole. A stimolarlo è anche la curiosità: nell’usare una parolaccia il bambino si chiede: “Come mai alcune parole sono più forti di altre?”, “Perché riesco a far piangere il mio amico senza averlo picchiato?”, “Perché i grandi si arrabbiano quando dico certe frasi e invece i miei amici si mettono a ridere?”. Nonostante la spavalderia e l’uso che fa del nuovo gioco, insomma, non ne conosce a fondo il meccanismo. Non capisce perché gli adulti si scandalizzano tanto: una parola non è come una marachella, non rompe vasi, non sporca niente, non fa spendere più denaro. Per questo il bambino non riesce a comprendere perché sono tanto arrabbiati. Sa che le parolacce funzionano, capisce che sono importanti, che suscitano reazioni diverse, ma non sa esattamente che cosa vogliono dire. Per lui, in effetti, almeno in una prima fase, non esistono parole buone e parole cattive. Tutte le parole, belle o brutte, suonano infatti al suo orecchio esattamente allo stesso modo.

… ma che lo stuzzica
Nonostante il bambino non riesca a definire il significato di un termine, ha senz’altro, però, la capacità di captare lo stato d’animo in cui è stato pronunciato. Non capisce ancora il contenuto trasgressivo della parola, ma la percepisce come forte, da tirare fuori nei momenti speciali. Quando sente gli adulti imprecare o insultare riesce, con fiuto infallibile, a capire se il messaggio è di rabbia, collera o frustrazione. Ecco che allora, se un compagno gli strappa di mano il robot, la prima cosa che gli verrà in mente sarà l’imprecazione udita più volte dal papà quando un automobilista gli taglia la strada o strombazza con il clacson. Le operazioni che ha compiuto nella propria testa sono semplici: ha associato una determinata espressione verbale a un sentimento preciso e ha quindi imparato a ricorrervi ogni qualvolta subisce un torto, in modo da rendere più efficace la sua risposta. Più che una parolaccia per lui è una parolona da usare quando non c’è spazio per compromessi e bisogna, a tutti i costi, ottenere quello che si vuole. Le reazioni più comuni

Di fronte alle parolacce pronunciate da un bambino piccolo, le reazioni degli adulti spaziano dal sarcasmo all’indignazione, all’indifferenza, al compiacimento o al divertimento. Atteggiamenti che non aiutano il bambino.

1. Il sarcasmo: “Ma bravo, bene… che belle cose hai imparato”. Il bambino percepisce le parole per quello che sono, non è in grado di capire i doppi sensi né tanto meno di apprezzare l’ironia. Se gli dite Bravo! ma nello stesso tempo lo guardate male, non sa più a cosa prestare ascolto: alle parole o al vostro sguardo? Con i bambini piccoli, è necessario usare delle parole e un tono di voce che non ammettono dubbi, senza sottintesi.
2. Il compiacimento: “Hai visto come si esprime”. Se sorridete, il parolone ha funzionato: è riuscito ad attirare la vostra attenzione. Alla prossima occasione il piccolo ripeterà la parolaccia: se non riderete, ci rimarrà male e insisterà nell’usarla fino a ottenere di nuovo il vostro sorriso. Se invece lo sgriderete, rimarrà ancora più confuso: “Come! Prima ride e poi si arrabbia?”.
3. L’orgoglio: “Che bel caratterino”. C’è chi ritiene che il ricorso alle parolacce sia un segno di forza di carattere. In realtà, non tiene conto del fatto che il bambino difficilmente conosce il significato della parola utilizzata e che il ricorso all’insulto, e soprattutto all’insulto volgare, è sempre un segno di mancanza di autocontrollo.
4. Lo sdegno e lo stupore: “Ma che dici, ti rendi conto delle parole che hai usato?”. Invece di approfittare dell’occasione per spiegare al bambino il significato della parola, si ricorre a una domanda retorica che rimane sospesa senza una risposta.
5. L’insulto: “Sei un maleducato!”. Pur usando una parola formalmente corretta, in questo modo offendete il bambino, che sente la vostra ostilità. Per lui diventate come i suoi compagni di gioco, fragili e impulsivi. La sua reazione non può essere che di rivalsa.
6. Le recriminazioni e le accuse: “Te ne stai tutto il giorno attaccato alla tv, ecco dove impari queste parolacce”. Il bambino si sente insicuro e senza guida. Nella sua logica pensa: “Se la tv fa davvero così male, perché me la fanno guardare?”.
7. Le punizioni e le minacce: “Se ti sento ancora dire le parolacce niente tv per tre giorni”. Più il castigo è grande, più la parolaccia acquista potere agli occhi del bambino. Diventa qualcosa di straordinariamente efficace. Quindi, un ottimo strumento per provocare, esasperare, mettervi alla prova.
8. La promessa di premi e ricompense: “Se non dici parolacce per una settimana, ti compro il robot”.
9. Barattare la buona educazione con qualcos’altro sul lungo periodo non è una strategia vincente. Sul momento può ottenere un effetto, ma non instilla nel bambino alcun valore; al contrario, imposta il rapporto sullo scambio e non sul rispetto reciproco, con il rischio che il bambino diventi opportunista: sto buono perché mi conviene, così posso ottenere qualcosa.
10. La preoccupazione: “Perché mi chiami in questo modo?”. Chiedere il perché per ottenere la collaborazione dei bambini perché smettano un comportamento indesiderato è del tutto inefficace. Fino ai 10 anni, infatti, il bambino non è in grado di dare una risposta a chi gli chiede ‘perché?’. Per rispondere dovrebbe saper indagare su cause ed effetti, una capacità che ancora non ha sviluppato.
11. La rassegnazione e l’indifferenza: “Tanto non è colpa sua, con tutto quello che si sente in giro”. L’indifferenza può servire a neutralizzare la provocazione del bambino riducendo la sua tendenza a utilizzare le parolacce per creare attenzione attorno a sé, ma non è sufficiente. È necessario spiegargli che le sue parole possono offendervi, anche se non ne capisce il significato esatto. Come correggere il bambino

Non date importanza alla parolaccia. Se date troppa importanza a queste parole, ne rafforzate il potere. È molto meglio, invece, ignorarle o almeno dare loro minor peso possibile, nel senso di evitare di farne l’occasione per concentrare le vostre attenzioni sul bambino.
Raccontategli l’effetto che le sue parole hanno su di voi. È importante che il bambino impari che alcune espressioni offendono e fanno soffrire.
Scegliete un momento in cui siete soli, evitando scene umilianti in pubblico e parlategli con calma delle vostre emozioni: “Io rimango molto male quando mi dici quella parola”, “Le parole che usi quando parli con il tuo amico mi danno molto fastidio, non mi piacciono”. Di fronte all’espressione dei vostri sentimenti non si sentirà offeso e in vena di polemiche. Alla fine, rassicuratelo del vostro amore: non è lui che non vi piace, ma le sue parole, e queste si possono cambiare.
Aiutate il bambino a manifestare quello che prova. Prendete nota del sentimento del bambino, mostrando di non avere difficoltà a riconoscere che può essere arrabbiato con voi: “Ti sei arrabbiato perché ti ho detto bruscamente di spegnere il televisore? Va bene, ma ci si può arrabbiare anche senza offendere gli altri”. Se mostrate fiducia e rispetto per i suoi sentimenti, incoraggiate lo stesso atteggiamento nei vostri confronti.
Spiegategli il significato della parola. Quando capita l’occasione, senza dare l’impressione di prestare eccessiva importanza all’accaduto, spiegate con dolcezza al bambino il significato della parolaccia.
Insegnategli a chiedere scusa. Se la parolaccia aveva l’intenzione di offendere o se la persona cui era indirizzata si è risentita, invitate il bambino a chiedere scusa. È questa una buona occasione per fargli capire che le parole possono far male come un pugno e vanno quindi usate facendo attenzione a non ferire gli altri.
Date l’esempio. Il potere dell’esempio è particolarmente forte nel caso del linguaggio. Perciò, se in famiglia si usano abitualmente insulti e parolacce, è inevitabile che il bambino le ripeta.
Non tornate continuamente sull’argomento. Una pressione eccessiva viene percepita dal bambino come un segno di mancanza di fiducia nei suoi confronti. Invece, è sufficiente spiegare il vostro punto di vista una volta o due e poi lasciargli il tempo di cambiare il suo atteggiamento. Si tratta cioè di dargli l’impressione che vi fidate del suo senso di responsabilità.

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