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Malocclusione: se chiude male la bocca

La malocclusione è un disturbo piuttosto diffuso e richiede un intervento di correzione. Ma qual è il momento giusto per cominciare?

Malocclusione: se chiude male la bocca

La dentizione del bambino è un processo che tutti i genitori seguono con attenzione e a volte con un pizzico d’ansia. Starà andando tutto bene? O ci sarà bisogno di rivolgersi al dentista? E, soprattutto, quando conviene valutare la situazione per non andare incontro a disturbi, uno su tutti la malocclusione, e a spese più grandi?

Morso aperto, incrociato o…

Uno dei problemi che si presenta più di frequente è la malocclusione, che si verifica quando le due arcate dentarie, messe a contatto, assumono una posizione non fisiologica. «L’esempio più calzante di come dovrebbe essere il rapporto tra arcata inferiore e arcata superiore è quello di una scatola, chiusa con il suo coperchio», spiega Laura Strohmenger, professore ordinario di Odontoiatria e protesi dentaria all’Università degli Studi di Milano. «Se il coperchio è troppo piccolo o troppo grande o per qualche motivo non aderisce bene, siamo di fronte a una malocclusione».
«Questo termine indica genericamente la presenza di un difetto nell’occlusione dentaria, che può essere di diverso tipo», continua Simona Tecco, professore associato di Ortodonzia e Gnatologia Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «Si parla per esempio di ‘morso aperto’ quando, facendo aderire le due arcate, rimane uno spazio tra i denti superiori e quelli inferiori; di ‘morso profondo’, quando i denti superiori coprono quasi totalmente o totalmente quelli inferiori; di ‘morso incrociato’ quando i denti superiori chiudono all’interno di quelli inferiori. Ci possono essere inoltre anomalie di eruzione dei denti e disallineamenti di vario tipo».

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Malocclusione: bene non trascurarla

«La malocclusione viene definita di ‘terza classe’ quando la mandibola cresce più del dovuto rispetto al mascellare superiore, di ‘seconda classe’ quando è il mascellare superiore a crescere eccessivamente», spiega ancora Strohmenger. «Naturalmente, possono esserci diversi livelli del disturbo, dalla forma più lieve a quella più accentuata». Ma che cosa comporta, esattamente? «Se non corretta, la malocclusione può causare, nell’età adulta, diverse problematiche, sia di natura estetica sia di natura funzionale», risponde Simona Tecco. «La difficoltà a eseguire una corretta igiene orale, per esempio, può rendere difficile salvaguardare la salute della bocca, favorendo l’insorgenza della parodontite o di carie. Si possono avere difficoltà nella masticazione e, nei casi più gravi, disturbi muscolari, dell’articolazione temporo-mandibolare e cefalee».

L’età ideale per intervenire

«Una visita dall’ortodonzista è raccomandabile abbastanza precocemente: lo specialista potrà valutare il tipo di malocclusione e indicare il percorso da seguire», osserva Strohmenger. «L’età migliore dipende dal singolo caso, non c’è una regola precisa. Nel bambino piccolo, prima dei 6 anni, è possibile ricorrere a terapie che servono ad accompagnare la crescita e a impedire lo sviluppo di anomalie che potrebbero determinare l’instaurarsi di quadri più complessi. Nel bimbo più grande è possibile intervenire con gli apparecchi fissi, che hanno un effetto importante sulla posizione dei denti».

Modi e tempi del trattamento

Sta allo specialista decidere a quale tipo di apparecchio ricorrere, fisso o removibile e quali sono i tempi della cura. «Purtroppo la tempistica inizialmente prevista non sempre può essere rispettata: a volte si prevede il raggiungimento di un determinato obiettivo entro un certo periodo, ma poi i tempi si allungano…», dice Tecco. «Bisogna considerare, però, che lo specialista agisce sempre nell’interesse del paziente. Raggiungere un’occlusione il più possibile corretta garantisce risultati migliori e più stabili nel tempo». Che cosa dire degli elastici, di solito poco tollerati dai bambini? Sono proprio necessari? E che cosa si può fare se fanno male? «Gli elastici sono piccoli strumenti che vengono utilizzati a seconda del problema riscontrato e del tipo di apparecchio, a volte per brevi periodi (3-4 mesi), altre volte per periodi più lunghi», risponde Simona Tecco. «Servono a favorire particolari spostamenti dei denti in tempi relativamente brevi. In genere, il dolore è piuttosto intenso nei primi giorni, ma poi rimane solo un senso di tensione: un fastidio, più che un dolore vero e proprio. Se il bambino si lamenta durante i primi giorni, si può ricorrere alla somministrazione del paracetamolo. Se il dolore persiste oltre una settimana, è bene consultare lo specialista per controllare se c’è qualcosa che non va».

di Francesca Mascheroni

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