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Parolacce: già da piccoli?

Non va ancora a scuola eppure, a volte, se ne esce con espressioni che lasciano senza parole mamma e papà. Che fare in questi casi?

Parolacce: già da piccoli?

Fioccano espressioni colorite in casa. ‘Sei una gallina!’, ‘Non capisci niente!’, ‘Quella cosa mi fa schifo!’, tanto per fare qualche esempio. Il nostro piccolo ometto o la nostra donnina sono ancora dei cuccioli eppure sanno già usare le ‘parolacce’ così bene da rispondere male a mamma e papà. Che, impreparati, restano senza fiato. Non è tanto quello che dicono, ma il modo in cui lo dicono. Che fare, allora? Come reagire di fronte a questo genere di ‘aggressività’ linguistica? «Dovremmo prima di tutto pensare al termine aggressività come a qualcosa di positivo, perché si tratta di una spinta fondamentale per crescere», spiega Federica Grittini, pedagogista, esperta di genitorialità, mediazione familiare e consulenza educativa al consultorio Cemp di Milano. «Siamo stati noi adulti a dargli una connotazione socialmente negativa. In realtà, se il neonato non avesse questa aggressività non troverebbe la forza per poter venire al mondo».

Quattro anni: una fase complessa

Il bambino attraversa delle tappe di sviluppo apparentemente semplici, ma psicologicamente complesse, che lo portano a sperimentarsi nell’ambiente circostante e a sperimentare mamma e papà. In sintesi, a 3 anni è concentrato sulla fase del ‘ci sono anch’io’, quindi per lui è importante sottolineare la sua presenza; a 4 anni pone la sua attenzione sul ‘ciò che faccio’, e dunque quel che conta è ciò che riesce realmente a compiere e a realizzare; a 5 anni, invece, è focalizzato sul ‘ciò che sono’ ed è qui, per la gioia dei genitori, che getta le prime radici la preadolescenza, fatta di individualismo e di egocentrismo. Sicuramente la fase più complessa è proprio quella dei 4 anni perché, da un lato, il bimbo capisce di essere in grado di fare e dire tante cose, ma dall’altro ha paura di questi nuovi ‘poteri’ e non sa come comunicarlo. E, sempre in questo periodo, inizia a usare il linguaggio, spesso aggressivo e un po’ maleducato, come una valvola di sfogo.

Buone maniereNon è mai troppo presto

Il rispetto viene prima di tutto

«I bambini, oggi, sono molto precoci, anche perché i genitori si rivolgono a loro in modo diverso rispetto al passato. Sin da piccoli sono, quindi, molto competenti con le parole», prosegue Grittini. «Le rispostacce non sono realmente intenzionali, non hanno quindi l’obiettivo di ferire mamma e papà. Sono più una manifestazione di stanchezza o di frustrazione e, spesso, i figli stessi sono i primi a restarci male». Immaginiamo, infatti, un bimbo che ha passato tutta la giornata all’asilo, si è relazionato con le maestre e gli amici e non ha visto i genitori per diverse ore. La sera è stanco e al tempo stesso eccitato. L’unica arma che ha a disposizione è la sua lingua. E così scappano parole di troppo, per non dire parolacce. Come devono reagire mamma e papà? «La cosa più importante è far sentire il bimbo sempre accolto e accettato. Questo non vuol dire, ovviamente, tollerare tutto. È più un ‘accolgo te e le tue emozioni, ma quello che hai detto non voglio più sentirlo’», continua Federica Grittini. «Dobbiamo insegnargli che anche le parole fanno male e che il rispetto viene prima di tutto».

Parolacce: l’esempio è fondamentale

Ovviamente, il modo migliore per far comprendere al bambino che certe cose non si fanno è dare il buon esempio, perché il piccolo apprende soprattutto in modo passivo. «È molto importante fare attenzione a come rispondiamo: se in quel momento stiamo urlando, usando parolacce, o siamo a nostra volta verbalmente aggressivi, non possiamo pretendere che il piccolo abbia, poi, un registro comunicativo diverso», sottolinea Grittini. «Non dobbiamo vendergli la perfezione, perché non esiste. Può succedere anche a noi di sbagliare, soprattutto quando si è stanchi. In quel caso non ci resta che ammetterlo e chiedere scusa. Farlo non è un atto di debolezza».
Moderare, quindi, il proprio linguaggio e anche il proprio tono è fondamentale per migliorare la comunicazione con i bambini. E i nonni? Molti nipotini hanno la fortuna di trascorrere tanto tempo con loro. Alcuni nonni vecchio stampo hanno, però, un registro linguistico severo, spesso punitivo. «Bisogna chiedere di non far sentire i bambini giudicati con le parole e, soprattutto, di evitare le etichette», raccomanda la pedagogista.

Quegli ‘insulti’ tra amici

Che fare, invece, quando le parolacce vengono scambiate tra i bambini stessi? Spesso succede in seguito a un conflitto alimentato dal gioco oppure per il desiderio di imitare alcuni personaggi dei cartoni animati, come PJMask, per citarne uno molto in voga in questo momento, in cui i ‘pigiamini’, Geco, Gattoboy, Gufetta, sono soliti darsi appellativi come ‘brutto pennuto’ o ‘gallina’. «I genitori non dovrebbero intervenire nelle discussioni tra bambini, anche perché spesso ciò che viene compreso non corrisponde a ciò che è realmente successo», conclude Grittini. «Meglio lasciare che i piccoli risolvano il problema da soli, ovviamente nei limiti consentiti. Di sicuro, non devono farsi male. Poi vanno invitati a trovare un punto d’incontro e a moderare il linguaggio».

di Valentina Rorato

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