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Parolacce: quante ne diciamo?

Per forza che le ripetono (all’infinito): le sentono per strada, alla tv, in casa. E tirarle fuori assicura sempre 5 minuti di celebrità. Insomma, è dura. Ma, in caso di parolacce, la differenza la fanno i genitori...

Parolacce: quante ne diciamo?

Le parolacce che una volta erano tabù, facevano arrossire e per le quali ci si scusava, se ne scappava una, sono ovunque. Una ricerca di qualche anno fa attesta che ne diciamo o scriviamo una all’ora (5 volte meno degli inglesi, però). Eppure, l’unione fa la forza: rimbalzano In televisione, alla radio, sul web, sui giornali e soprattutto in bocca alle persone. Sono un intercalare colorito e comune delle conversazioni che si orecchiano via cellulare. Servono per sottolineare un pensiero, per enfatizzare un’opinione. Le mamme, per non inquinare l’udito dei bambini, dovrebbero farli uscire con il paraorecchie!

Chi ti ha insegnato quella parola?

Ecco invece che un bel giorno arriva la sorpresa. Il piccoletto di casa racconta che il suo compagno alla materna gli ha rotto un gioco. Poi invece di dire che è stato cattivo, lo definisce con quella parola di cinque lettere che inizia con “m” ed è anche un po’ difficile da pronunciare perché ha la “r”. Quella parola che ha un significato molto efficace e forse per questo i francesi la usano tanto. Scandalo e stupore: perché un’espressione così forte e inadeguata? Come fare per spiegargli che certe parole non si devono usare?

Le sue prime parolacceCosa fare? Scoprilo qui

Gli entrano in testa con le prime pappe

Gli adulti avvertono la necessità di trattenersi e non pronunciare insulti e volgarità di fronte a un bambino quando questi cammina e pronuncia le prime parole. In realtà, dicono gli esperti di linguaggio, le parolacce hanno una carica emotiva, di rabbia, gioia, dolore che sollecita molto presto gli “evidenziatori” biochimici della memoria ad archiviarle nelle aree cerebrali antiche e istintuali. Insomma, ben prima di pronunciarle i piccoli si accorgono molto presto di aver a che fare con qualcosa di speciale.

La competizione con gli altri bambini

«Quando iniziano a ripeterle, lo fanno per imitazione o anche solo per provocazione», dice Alberto Pellai medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore del dipartimento di scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano.

La reazione dei genitori è decisiva

«Non devono scandalizzarsi troppo, sgridare e indagare chiedendo subito dove e come hanno imparato quelle frasi. Basta spiegare che certe espressioni non sono belle, né adatte ai bambini. E poi insegnare soprattutto con la coerenza e quindi dando per primi il buon esempio: allenarsi ad evitare il torpiloquio, ad esempio quando si guida, per non cascarci davanti ai bambini in seguito», dice Pellai.

A cosa serve l’esempio di casa

Mamma e papà insegnano a comportarsi nel modo giusto. Sempre, anche per giudicare il modo di fare degli altri. Questo aiuta in qualsiasi situazione: se guardando la televisione insieme ai bambini si ascoltano, ad esempio  espressioni volgari si deve esprimere il dissenso rispetto a quelle parole. Senza scandalizzarsi: dire solo, con fermezza, che si trovano inadeguate ed esagerate.

ParolacceAzzerale in 5 mosse!

Bloccare gli amici distratti

«Non bisogna farsi scrupolo, per coerenza, neppure nello stoppare amici o conoscenti incauti», aggiunge Pellai. «Non sono i genitori a doversi vergognare di chiedere  con gentilezza di smorzare i toni, considerato che ci sono bambini che stanno ascoltando. Di solito funziona e gli interlocutori si adeguano, scusandosi!»

Parolacce: le imparano davvero all’asilo?

«Non è così vero, per fortuna», risponde Carla Barbieri maestra a Milano. «Ma quando i bambini della materna usano le parolacce sono consapevoli di usare termini trasgressivi. Magari le sussurrano sottovoce e poi ridono di gusto. Poi c’è anche chi fa la spia, naturalmente: soprattutto le bambine vengono dalle maestre a denunciare una parola proibita detta da un compagno, ripetendola a bassa voce e facendo finta di essere scandalizzate». Ma c’è pari opportunità anche nel turpiloquio o è una prerogativa maschile? «Le bambine sono molto attive e non si tirano indietro nel ripetere parole un po’ forti, di cui spesso non conoscono il significato».

Idee creative per non dirle più

Anche la comune parolaccia può cambiar vestito prima di lasciare la bocca. Gli anglosassoni, molto sensibili all’etichetta, hanno ingegnose locuzioni (tipo “figlio di un mangiatore di biscotti”) per salvarsi, del resto “Cavoletto di Bruxelles” o “puzzola” possono confondere almeno i più ingenui. Oppure, più machiavellico, è insegnare finti insulti da usare per scaricare la rabbia: con la giusta intonazione fanno il loro (sporco) lavoro. Per i più grandi c’è la multa-parolaccia: la pagano anche gli adulti e per i bambini è stimolo alla competizione virtuosa.

di Patrizia Violi

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