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Test allergologici: cosa c’è da sapere

Quando si sospetta un'allergia va fatta chiarezza sulle sostanze che ne sono responsabili. Ma tra sigle “astruse” e vere “bufale” si rischia di non trovare gli strumenti adatti. Ecco i consigli doc di un super esperto

Test allergologici: cosa c'è da sapere

Prick, Patch, Rast: a pronunciarle tutte insieme sembrano le scritte di un fumetto. In realtà sono i nomi dei principali test allergologici: parole o sigle straniere che nella testa dei più si confondono. A rendere il mondo delle allergie ancora più fumoso ci si sono messi negli ultimi anni anche altri termini intricati: Creavu, Vega, Trico, Dria, Cito, tutti test ovviamente. Come dire che, se tutti concordano nel sostenere che le allergie siano in aumento, sul come diagnosticarle ognuno sembra avere la propria idea. «A partire dalle tante persone che la diagnosi di allergia, soprattutto alimentare, se la fanno da sole», avverte Giorgio Longo, consulente supervisore dell’Unità Operativa di Allergologia all’ospedale pediatrico Burlo Garofolo. «Ma l’allergia è una vera malattia e come tale ha bisogno di rigore scientifico».

Cos’è l’allergia

Si tratta di una risposta abnorme verso una sostanza comune, innocua per i più, che erroneamente il soggetto allergico percepisce come nemica e verso la quale produce una particolare classe di anticorpi chiamati IgE», spiega il dottor Longo. «Così si scatena una reazione che ha come momento fondamentale la rottura di quelle cellule che contengono l’istamina: è questa che, una volta liberata, provoca i sintomi tipici dell’allergia». Una persona allergica perciò ha nel sangue un elevato numero di IgE: se se ne verifica la presenza, la diagnosi è fatta.

Test allergologici: due tipologie

Per scoprire l’allergia, alimentare o respiratoria che sia, due sono le tipologie di test allergologici: «Ci sono i test cosiddetti “in vivo”, nel senso che vengono effettuati direttamente sul paziente, e quelli “in vitro”, cioè tramite l’esame del sangue» spiega ancora Longo. I primi, conosciuti con il nome di Prick test (in inglese “prick” significa puntura), si fanno mettendo sul braccio delle goccioline di estratti di possibili allergeni: estratti di epitelio di gatto, di polline, ma anche di latte, di uova o di nocciole. Quindi si punge la pelle con un ago, delicatamente, giusto per far entrare l’allergene un po’ sotto la pelle. «Se il bimbo è allergico, in 10/15 minuti le IgE si scatenano e provocano in corrispondenza della sostanza incriminata un ponfo, come quello della puntura di zanzara» spiega Longo.

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Prick e Rast Test

Sicuri e affidabili, questi test allergologici hanno il vantaggio di essere poco fastidiosi per il bambino, poco costosi, oltre a dare una risposta immediata. Ma, specifica Longo, «per eseguirli serve uno specifico kit che contiene gli estratti dei diversi allergeni da testare sulla pelle e non tutti i pediatri sono attrezzati a farlo. Quindi lo svantaggio è quello di doversi rivolgere a un allergologo, con i lunghi tempi di attesa del Servizio Sanitario». In alternativa, per cercare le IgE verso ogni singola sostanza sospettata di dare allergia, il medico di base può farlo chiedendo un esame del sangue (un test in vitro, quindi): è il Rast (Radio Allergo Sorbent Test). «In questo modo il pediatra ha il vantaggio di fare tutto da solo, valutando il referto del laboratorio e traendo da questo le successive decisioni terapeutiche». Tra i vari test allergologici, il Rast è indicato anche quando è necessario testare più allergeni in una volta sola: «Sul braccio è possibile mettere dieci, massimo quindici goccioline, mentre l’analisi sul sangue consente di verificare un numero più ampio di allergeni».

La reazione allergica è sempre immediata

«Il rapporto causa-effetto è strettissimo sia che si tratti di allergia respiratoria, sia che si tratti di allergia alimentare», precisa l’allergologo. «Questo significa che se un bambino è allergico al polline delle graminacee, non appena lo respira inizia a starnutire». Lo stesso vale per i cibi: «Per sospettare se un bambino è allergico a un alimento, non bisogna andare a cercare fra quello che ha mangiato il giorno o la sera prima, ma concentrarsi su quello che stava consumando quando ha iniziato a sentirsi i disturbi. Io la chiamo reazione bim bum bam perché, spesso, da quando si inghiotte qualcosa a cui si è allergici a quando si sentono i sintomi passano pochi minuti, un’ora al massimo, e dopo un paio di ore, anche se la reazione è stata grave, è già tutto finito».

Patch test

Si tratta di un terzo test cutaneo, in cui un cerotto con una batteria di allergeni viene lasciato a contatto con la pelle per 48 ore. «Il Patch si usa per individuare le allergie da contatto», spiega Longo. «La più classica e comune è l’allergia al nichel, di cui soffrono le donne che non possono indossare bigiotteria. E’ spesso un’allergia professionale, legata a particolari sostanze con cui si viene a contatto quotidianamente per lavoro. Fra queste, alcune si trovano nella concia della pelle o della gomma, per cui potrebbero esserne colpiti anche i bambini. La reazione in questo caso si chiama eczema ed è caratterizzato dalla pelle ruvida, arrossata e intensamente pruriginosa circoscritta alla sola zona del contatto».

Allergia non è intolleranza

Accanto a questi vi è poi un’infinità di altri test “alternativi”, tutti rivolti alle intolleranze o allergie alimentari. «E’ bene chiarire subito una cosa: tutti questi test non sono esami allergologici, ma mirano a evidenziare eventuali intolleranze alimentari», precisa Giorgio Longo. La distinzione è fondamentale: «L’allergia, come abbiamo detto prima, è una malattia legata a una anomala risposta immunologica, con la produzione di anticorpi IgE verso una determinata sostanza». Questo non succede nelle intolleranze. «L’intolleranza alimentare non è legata alla produzione di anticorpi IgE e quindi non può essere testata col Prick né con il Rast». I due capitoli spesso si confondono, generando non pochi equivoci. «L’intolleranza è un’ipersensibilità scatenata da diversi meccanismi, il più frequente è quello di tipo enzimatico». Tra questi l’esempio più comune, forse, è relativo all’effetto del vino. Generalmente le donne reggono meno l’alcol degli uomini: questa è una reazione enzimatica, nel senso che geneticamente le femmine metabolizzano più lentamente l’alcol rispetto ai maschi. Lo stesso vale per il caffè: c’è chi ne beve tanto e chi non dorme se ne prende solo uno: è un fatto metabolico, di risposta alla componente chimica dell’alimento. «Le intolleranze non sono altro che la risposta individuale alla componente chimica di un alimento». Torniamo, allora, ai bambini.

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Intolleranza al lattosio

«Il nostro intestino produce un enzima, chiamato lattasi, che serve per digerire lo zucchero che è nel latte (il lattosio). Nel caso in cui le lattasi siano insufficienti, il lattosio non viene completamente digerito. Di conseguenza si accumula e come tutti gli zuccheri attira nell’intestino acqua, provocando diarrea». L’intolleranza al latte è semplicemente l’incapacità di digerirlo: «Questo non significa eliminare il latte totalmente, evitando di mangiare biscotti o torte che lo contengano, ma di evitare una tazza o un biberon intero. Diversa è ovviamente l’allergia che al minimo contatto provoca reazione infiammatoria».

Test su capelli, energia bioelettrica, forza muscolare

«La loro validità scientifica non è mai stata dimostrata con certezza, malgrado siano molto di moda e ci sia oggi una diffusa offerta sul mercato. L’importante è essere consapevoli che non sono test allergologici e che l’intolleranza non è una malattia, ma un disturbo che, anche se sottovalutato, non porta a danni organici, nemmeno nel lungo termine, al nostro organismo».

Test fasulliI rischi da evitare

Gli alternativi

Un tema molto sentito e discusso è quello delle intolleranze alimentari e i test diagnostici che negli ultimi anni sono proliferati sul mercato. La Federazione nazionale dei medici e degli odontoiatri di recente (fine 2016) ne ha preso le distanze.

Creavu test: indolore non invasivo, che si basa sui principi dell’Elettroagopuntura. Attraverso l’invio di segnali elettromagnetici, in 3 minuti valuta l’intolleranza a 196 alimenti. Vega test: con uno strumento di rilevazione della bioenergia testa la risposta dell’organismo al contatto con alimenti sospetti. Trico test: partendo dal presupposto che ogni parte del corpo emette energia con le frequenze tipiche e uniche dell’individuo a cui appartiene, pone il capello a contatto con le frequenze uniche di cibi, farmaci, … e valuta se sono compatibili tra loro o no. Dria test: misura il tono muscolare. Se c’è intolleranza a un cibo, il paziente perde forza in pochi secondi. Leucocitotossico: documenta al microscopio la presunta azione tossica di certi alimenti sui globuli bianchi del paziente.

Su www.fnomceo.it il testo condiviso dagli ordini dei medici che chiarisce i rischi dei test strani

di Alessandra Bonetti

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