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Bimbi e digitale, cosa chiedere alla scuola

Bimbi e digitale, cosa chiedere alla scuola

L’anno scolastico 2016-2017 ormai alle porte porta con sé una piccola grande novità: il debutto in aula del piano nazionale scuola digitale, varato nell’ottobre 2015 assieme alla riforma dell’istruzione. Riuscirà a colmare il gap di alfabetizzazione in materia? E cosa possono ragionevolmente attendersi i genitori dal nuovo corso? Ne parliamo con il professor Paolo Ferri, docente di Tecnologia per la didattica presso l’Università di Milano-Bicocca e grande esperto del settore.

Professore, quali sono le novità salienti del piano?

Anzitutto, le segnalo un aspetto curioso: è stata abolita la proibizione del cellulare in classe. Una scelta che risponde alla logica di utilizzare questo device in chiave didattica, sotto la guida naturalmente degli insegnanti. Proprio il corpo docente, lo scorso anno, ha partecipato a corsi di formazione ad hoc, primo step della riforma. Oggi dovremmo assistere al debutto di due nuove figure professionali: l’animatore digitale e il team per l’innovazione digitale.

Di cosa si tratta?

L’animatore è un insegnante che avrà il compito di seguire il processo di digitalizzazione della scuola di appartenenza. Ce ne sarà, appunto, uno per ogni istituto. Il team di innovazione sarà composto da un numero variabile di docenti esperti e supporterà l’attività dell’animatore. Ogni scuola, insomma, potrà contare su una piccola task-force specializzata su questi temi, cui i genitori potranno rivolgersi per chiarimenti, informazioni, suggerimenti.

Verrà implementata anche la dotazione informatica delle scuole, oggi così carente?

Non subito. È probabile che si avvierà un processo che darà frutti nell’arco di qualche anno. Per ora l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla lim, la lavagna interattiva multimediale (la cui adozione nelle classi è prevista anche dal piano nazionale, ndr). Ma stiamo parlando, in realtà, di uno strumento già un po’ obsoleto.

Il sistema lim è composto da una superficie interattiva, dove i bimbi possono scrivere, disegnare, riprodurre video eccetera – vera e propria lavagna elettronica – oltre a un proiettore e un computer. Perché dice che è già superato?

Consideri che in Gran Bretagna era stato introdotto nelle scuole nel 2001… E 15 anni di tecnologia lasciano il segno. Oggi, per ottenere quei risultati, si tende a usare videoproiettori interattivi che si interfacciano direttamente con gli smartphone. Meglio investire i denari della riforma su altro.

Per esempio?

Sulla banda, soprattutto. L’infrastrutturazione delle scuole è fondamentale: la lim, oltretutto, senza banda non funziona. Se si andrà in questa direzione, è possibile che ai genitori verrà chiesto di prestare i loro device ai figli per svolgere attività di gruppo in classe. Nel mondo anglosassone è già realtà, si chiama Byod (Bring on your Device, porta il tuo device) e funziona bene. In ogni modo, il governo ha stanziato un miliardo per la digitalizzazione: è un investimento importante. La scuola progressivamente cambierà pelle, è inevitabile, debutterà anche il voto di Tecnologia. La macchina è avviata. Ma ci sono un paio di aspetti da chiarire ai genitori.

Quali?

Non si aspettino corsi di informatica per i figli, o lezioni sull’uso del digitale. Compito degli insegnanti sarà formare una coscienza critica all’uso della tecnologia. Questo la scuola può e deve fare. In Italia i bambini considerano tablet e smartphone esclusivamente in chiave ludica. Li maneggiano già benissimo, lo sappiamo. Ci stupiscono le loro acrobazie online, espressione di abilità ormai acquisite. Il punto non è questo, ma utilizzare quel che c’è già in chiave didattica. Come il videogame Minecraft, di cui esiste fra l’altro una versione Educational: è una sorta di Lego virtuale con cui possono giocare i bimbi delle elementari e anche i piccoli della materna. Si scava e si costruisce, si apprendono le proprietà di materiali e minerali, è uno strumento interessante, già utilizzato da alcuni docenti smart per insegnare Scienze ai bambini. E poi sarebbe bello sviluppare corsi di coding, ovvero di programmazione di base. Con cui realizzare, magari, le prime animazioni.

È quanto che già avviene all’interno del mondo coderdojo, movimento globale che si occupa di istituire club e organizzare incontri per insegnare ai giovani a programmare.

Esatto. Si potrebbe usare allo scopo il linguaggio Scratch, che consente di creare un videogioco. Molto utile, perché in maniera ludica svela ai bambini che la tecnologia che stanno usando non è magica, ma deriva da un processo creativo. Un approccio che aiuta a sviluppare nei piccoli una coscienza critica, alla base di una piena cittadinanza digitale. Che, in definitiva, è quanto le famiglie dovrebbero chiedere alla scuola.

Qual è l’altro aspetto da chiarire con i genitori?

Anche loro dovrebbero fare uno sforzo nella direzione di un utilizzo più consapevole della tecnologia. Per esempio, aiutando i figli a casa nelle ricerche online: lasciati a loro stessi, i ragazzi fanno fatica a distinguere fra un’informazione utile e una farlocca, un sito autorevole e uno che produce spazzatura. Non solo: un’alfabetizzazione digitale di mamma e papà consente loro di seguire puntualmente il rendimento dei figli attraverso il registro elettronico, uno strumento ormai consolidato sia alle elementari che alle medie. Non saperlo usare – come ho potuto verificare di persona – significa rischiare di ignorare i voti che ha preso il bambino, o gli orari degli incontri con i docenti.

Altri suggerimenti?

I genitori si informino sul livello di infrastrutturazione digitale della scuola, approfittando della presenza dell’animatore e del team di innovazione. È vero, abbiamo accumulato ritardi rispetto ad altri Paesi, ma il gap nel settore si può colmare in fretta. Altrove, nel mondo, i ragazzi vanno a scuola senza lo zaino. Succederà anche qui. Dunque, è meglio attrezzarsi per tempo.

Fulvio Bertamini

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