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Minecraft, la creatività si fa videogioco

Minecraft, la creatività si fa videogioco

Immaginate un videogame che, divertendo, sviluppa la creatività di bambini e ragazzini. Con il quale è possibile creare mondi nuovi, ma anche imparare i rudimenti della programmazione informatica. Che non solo non si presta a una fruizione passiva, ma neanche isola dal mondo, perché ti permette il coinvolgimento di amici e compagni di classe. Quel videogioco esiste da 7 anni – ed è già una bella età per un prodotto del genere – ma la notizia è che continua a crescere: 30 milioni di copie vendute nel 2015, addirittura 160 milioni nel 2016 (e l’anno non è ancora finito). Stiamo parlando di Minecraft, videogame sviluppato dalla startup svedese Mojang ora di proprietà Microsoft, che per acquisirla, nel 2014, ha dovuto sborsare la bella cifra di 2,5 miliardi di dollari.

Ma quali sono le principali caratteristiche di Minecraft e come si spiega il suo successo planetario? “Le ragioni sono molteplici”, afferma il professor Paolo Ferri, docente di Tecnologia per la didattica all’Università di Milano Bicocca. “Anzitutto perché unisce la semplicità e l’immediatezza del Lego, di cui è una versione virtuale – tutti gli elementi del gioco infatti si realizzano sovrapponendo blocchetti colorati, come si può vedere nell’immagine in alto, ndr – alle grandi potenzialità di un videogame”. Per capirci: in una delle due versioni principali del gioco, la Survival, “l’utente può scegliere lo scenario che farà da sfondo al gioco – per esempio il deserto, o il mare – e in questo contesto, con un attrezzo, lavorare per acquisire elementi naturali. Scavando con una vanga, ad esempio, scoprirà minerali, pietre preziose, metalli. Elementi che gli serviranno per costruire oggetti – uno scudo, un’arma, una trappola – in grado di difenderlo dagli attacchi distruttivi di mostri e fantasmi”.

Già così il bambino può fare la conoscenza delle proprietà di alcuni minerali, o di alcuni tipologie di rocce, ad esempio. C’è poi la versione Creative del gioco, “in cui tutti i materiali sono già a disposizione dell’utente”, prosegue Ferri, “che a questo punto è libero di inventare veri e propri mondi, scegliendo l’ecosistema che più lo affascina, il cosiddetto bioma. Anche qui il bambino può combinare i vari elementi a disposizione per creare cose, sfruttando allo scopo anche la tavola dell’alchimista“. Le due versioni spesso dialogano fra loro: “Di solito i piccoli cominciano lavorando su Creative e, quando il loro mondo è completato, giocano online con Survival”. E, giocando, imparano molte cose.

Le potenzialità didattiche del videogame sono evidenti. “Con Minecraft il bambino sviluppa la creatività, impara a conoscere i materiali, si cimenta con l’inglese, visto che gli elementi a disposizioni sono tradotti anche in quella lingua”, afferma Paolo Ferri. “E il carattere ‘costruttivista’ del gioco ha fatto nascere progetti educational correlati: in Italia il più famoso è ‘Programma il futuro‘, sviluppato dal Miur, il ministero dell’Istruzione, università e ricerca, che insegna a sperimentare il coding, cioè la programmazione informatica, anche tramite l’utilizzo di Minecraft”. Coding di cui ricorre proprio in questi giorni, fra l’altro, la Settimana europea (fino al 23 ottobre).

Con questo gioco, infatti, è possibile imparare a programmare. “Basta andare sul sito open source code.org, anche in versione italiana”, afferma Ferri, “e impratichirsi a usare i blocchetti di codice, che consentono di muovere i personaggi principali del videogame”. Lo abbiamo fatto e abbiamo scoperto che il capo sviluppatore di Mojang, Jens Bergsten, già a 11 anni voleva creare giochi. “Anche tu puoi imparare a programmare”, spiega Bergsten, rivolto al suo pubblico di giovanissimi utenti, “cioè apprendere i concetti di base per far muovere i personaggi di Minecraft”. Il bimbo userà allo scopo il programma Blockly, che impiega blocchetti colorati stile Lego, appunto, utilizzando in realtà il codice JavaScript, che è il linguaggio universalmente adottato dai programmatori informatici.

Quasi inevitabilmente, quindi, di Minecraft è stata sviluppata anche una versione Educational, “realizzata molto dopo, però, il successo del videogame”. Che ha una storia interessante. La sua infatti è stata un’affermazione graduale, venuta dal basso, grazie al gradimento dei giovanissimi utenti. “Ha iniziato a diffondersi fra i bambini con il passaparola“, sottolinea Ferri. “Si consideri che la prima release del gioco era uscita in sordina, nel 2009, e a un prezzo molto basso, assolutamente competitivo rispetto agli altri prodotti presenti sul mercato”. Dopo un paio di anni di navigazione ombra però è esploso, fino a diventare un vero e proprio caso. “Gli utenti di Pokemon Go si sono più che dimezzati in un anno, passando dai 150 ai 60 milioni”. Minecraft invece, si è visto, ha quintuplicato le vendite. Del resto, stiamo parlando di uno strumento molto versatile, che permette alla fantasia di scatenarsi. E i bimbi adorano esplorare mondi nuovi, in grado di appagare la loro curiosità infinita.

Ed è così che si diventa un fenomeno globale. “Cina, India e Stati Uniti, nell’ordine, sono i Paesi con il numero più alto di utenti di Minecraft”, sottolinea Paolo Ferri. “Oltretutto, questo videogame permette di giocare in forma cooperativa, per esempio si presta a essere portato a scuola per realizzare contest di classe. Ed è uno dei pochi esempi felici di gamification“, cioè di impiego di elementi di game design in ambiti esterni al gioco. “Infatti nasce come strumento ludico che solo dopo essere diventato virale viene impiegato in ambito educational. Pur continuando a divertire moltissimo”. Età consigliata per giocare: dai 7 agli 11 anni. Magari assieme a mamma e papà, che possono sfruttare le sue potenzialità per arricchire il bagaglio di conoscenze del piccolo.

Fulvio Bertamini

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