apri modal-popupadv apri modal-popupadv

Minibasket: felici sotto canestro

Il minibasket? Non è la pallacanestro in miniatura, ma molto di più: è “una cosa seria” che permette di avere idee, sperimentare, capire, sbagliare.  E allora lasciamolo ai bambini!

Minibasket: felici sotto canestro

La pallacanestro è il primo sport ad aver creduto e investito nel “mini”. E lo ha fatto con così tanta convinzione che, oggi, il minibasket italiano è un grande successo sportivo oltre che un irrinunciabile momento educativo. Con queste parole Giovanni Petrucci, Presidente della Federazione Italiana di Pallacanestro, ci introduce in un viaggio fatto di emozioni. In cui «il primo e più importante obiettivo è quello di rendere i bambini capaci di pensare e scegliere, così da metterli nelle condizioni di riconoscere e affrontare le diverse situazioni che il gioco, come la vita, porrà loro di fronte». Un mantra che da anni Maurizio Cremonini, Responsabile Tecnico Federale Minibasket e Scuola, porta in giro per l’Italia «perché i bimbi di oggi sono gli adulti di domani. Vogliamo formarli nel migliore dei modi». Vincere la sfida sarebbe più soddisfacente di un canestro da tre punti.

Cos’è il minibasket

Un “giocosport” a metà tra continuità e innovazione. Dove in quella parola, “giocosport”, sta tutta l’essenza di una disciplina trasversale che la F.I.P., Federazione Italiana Pallacanestro, offre ai bambini con età compresa tra i 5 e gli 11 anni. Obiettivo? «Non certo quello di insegnare loro a palleggiare in scioltezza per, poi, infilare la palla in un cesto a 2,60 metri sopra le loro teste», sottolinea Maurizio Cremonini. «Questo, casomai, verrà dopo. Con il minibasket, il bambino viene posto al centro di un progetto educativo che si prefigge di affinarne le competenze socio-relazionali, motorio-funzionali, neuro-cognitive, tecniche. Il tutto dentro a un tempo e a un luogo in cui quel che conta è cimentarsi nel gioco secondo il principio dell’accoglienza e dell’inclusione. Per la serie “in campo c’è posto per tutti”. La selezione precoce, tanto arbitraria, quanto illusoria, non è di questo minisport. Non vogliamo produrre “vuoti a perdere”, ma rendere i bambini autonomi, responsabili e collaborativi in tutto».

MinibasketUno sport completo

Come in una favola

Per fare gruppo, non solo in campo, serve emozione! Pronti, via. Sul parquet si arriva fiduciosi, sotto la guida di un istruttore che è prima di tutto educatore e insegnante. «Colui che deve affabulare», esplicita Cremonini. «Quando hai a che fare con bambini piccoli, già dai 5 anni, hai il dovere morale di incantarli. Basta poco: un viaggio nella fantasia che ne catturi l’attenzione, che li faccia sentire a proprio agio e permetta loro di affrontare l’incontro in serenità. Non sanno palleggiare? Pazienza. Importa che imparino a volare, sognanti come Peter Pan. Torneranno all’appuntamento successivo più invogliati, felici di stare con i compagni. Minibasket è crescere, motivati, insieme».

Minibasket: libertà di movimento

Correre con una palla in mano rende responsabili. Ne è certo Davide Losi, a capo di tutte le attività minibasket dell’Olimpia Milano. Che ammette: «Ci arrivano bambini totalmente scoordinati: non sanno saltare, correre, lanciare. Nostro compito, prima di tutto, è quello di aiutarli a prendere coscienza di un corpo che non conoscono. Partiamo dalla percezione di ciò che sta loro intorno e, pian piano, arriviamo all’uso della palla. Quando, dopo tanti giochi motori all’insegna del divertimento, imparano a coordinarsi, i bambini capiscono che dal loro impegno e dalla loro abilità dipende il successo del team. Il campo diventa allora una palestra di vita dove, in gioco, entrano responsabilità, altruismo, generosità».

Il modello cognitivo

Quando il pensiero precede, accompagna e segue l’azione… si va verso l’autonomia. Che l’istruttore deve favorire. «Pur essendo una società blasonata», sottolinea Michele Samaden, responsabile tecnico Mini Olimpia e capo istruttore della squadra 2007-2008, «l’Olimpia Milano crede nella crescita umana dei suoi atleti. Nel caso di bambini, andiamo oltre. Attraverso situazioni-problema che sottintendono l’osservazione e non la mera esecuzione di un esercizio, li stimoliamo a prendere consapevolezza del contesto in cui si trovano, li motiviamo a fare scelte, a decidere per il bene del gruppo. Il tutto in pochi minuti. I fondamentali della pallacanestro come ad esempio il palleggio, il passaggio, il tiro, diventano strumenti capaci di sviluppare l’indipendenza e l’autonomia». «Competenze, queste, irrinunciabili per potersi auto-organizzare anche in ambito sociale e coltivare relazioni interpersonali positive», aggiunge Cremonini.

Questione di tecnica

Del pallone il bambino si deve innamorare. «Senza pretendere, però, che i piccoli del minibasket lo maneggino come provetti cestisti», conclude Maurizio Cremonini. «I gesti precisi verranno con il tempo: a partire dagli 11 anni circa con la categoria esordienti che è ponte tra il giocosport e l’inizio della pallacanestro vera e propria. Quella disciplina sportiva, cioè, in cui conoscenze e abilità devono diventare competenze in funzione del gioco. E in cui la legge morale, che è il fairplay, dallo sport deve passare alla vita». Canestro!

di Chiara Amati – Foto Betty Colombo per Insieme

Commenti