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Rugby: quando il gioco si fa duro…

... i bimbi cominciano a giocare. Perché il rugby è uno sport magico. Deciso, ma non violento. Combattivo,  ma rispettoso delle regole. Il leader? Non esiste. In campo lo sono tutti!

Rugby: quando il gioco si fa duro...

William Webb Ellis è uno studente, dal piglio eversivo, della cittadina di Rugby, contea del Warwickshire, Inghilterra. In un ottocentesco pomeriggio novembrino, nel mezzo di una fangosa partita di calcio, William afferra il pallone con le mani, impazza verso la linea di fondo campo avversaria e ‘lo schiaccia’ a terra. Nasce il gioco del rugby che, per dirla alla Jonah Lomu, compianta leggenda neozelandese, è ‘la galoppata della vita’. Con un ovale da domare e passare, nelle retrovie, ai compagni di squadra per avanzare, poi, verso la meta. Perché nel rugby il passaggio palla alla mano è all’indietro, tutt’al più in linea. Passo dopo passo, avversario dopo avversario.Con coraggio, grinta, determinazione. Consapevoli del fatto che arrivare là, dietro la porta, e conquistare quei fatidici 5 punti, tanto vale la ‘meta’, è una faticosa corsa a ostacoli.

Non basta correre come il vento. L’abilità, in questo sport di contatto, sta nell’evitare di essere ‘placcati’. O nel cercare di ‘tirar giù’ l’avversario. Sì, c’è chi inorridisce: quanta violenza! In realtà ci vuole un grande rispetto delle regole per ‘abbattere’ solo l’uomo in possesso della palla. Ci vuole consapevolezza perché quell’azione non faccia male all’anima prima che al corpo. Non diventi, cioè, motivo di acredine. Ci vuole grandiosa umiltà per arrivare alla fine della partita con il desiderio di stringere la mano agli avversari, al di là del risultato. Questo è il gioco del rugby!

Il coraggio di buttarsi

«Riuscire a padroneggiare un ovale, che per le sue caratteristiche rimbalza in maniera incontrollata, significa essere in grado di affrontare le difficoltà di ogni giorno», spiega Daniele Pacini, responsabile tecnico del rugby di base della Federazione Italiana Rugby, con le mani nel fango insieme ai più piccoli da un quarto di secolo. Ma il rugby è anche, anzi soprattutto, uno sport fisico. E nonostante sia in crescita – sono sempre di più i bambini che, maglia in genere a righe e paradenti alla bocca, si buttano nella mischia -, c’è ancora reticenza da parte dei genitori. «Viviamo in un Paese in cui il contatto è visto come un tabù. Poco importa se siamo diventati grandi giocando alla lotta con i fratelli. Oggi è diverso. Il rugby, in questo, va controcorrente: propone sì il contatto, ma a condizioni precise. Come Federazione, vogliamo far conoscere questa cultura, perché di cultura si tratta, con tutti i valori che si porta appresso».

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Verso la meta

«La prima cosa che diciamo ai bambini», continua Pacini, «è che nel rugby, senza il sostegno dei compagni, non si va in meta. La vittoria, esattamente come la sconfitta, è un affare di squadra. Solo così cresciamo grandi uomini e non grandi campioni». Il rugby, dunque, è solidarietà. L’avanzamento sul campo è una strategia di squadra, nessuno escluso. Il personalismo viene accantonato per il bene del gruppo. Le peculiarità di ogni singolo giocatore si fondono le une con le altre al servizio del bene comune.

«Un aspetto questo che, fuori dal campo, si traduce in socializzazione, disciplina, coesione, rispetto delle regole. Ecco perché il rugby svolge a tutti gli effetti un ruolo altamente educativo. Per chiunque. Per i bambini che possono così affacciarsi alla vita in maniera coraggiosa, certi che dopo ogni caduta ci si rialza in piedi, più temprati di prima. Per i ragazzi chiamati ad avere un ruolo nella società: da titolari o panchinari al momento è relativo. Quel che conta è contribuire al gioco. Prima o poi arriverà il turno di tutti».

Senza distinzione di sesso tanto che nel rugby bambini e bambine giocano insieme fino a 12 anni. E di femmine sui campi ce ne sono moltissime.

«Oggi più che mai abbiamo l’idea che le donne siano da proteggere», spiega Maria Cristina Tonna, coordinatrice dell’attività femminile della Federazione Italiana Rugby oltre che ex capitano della Nazionale donne. «Poi, però, viviamo in una società che, in quanto a tutela femminile, fa acqua. Il rugby insegna a diventare ragazze toste, capaci di prendere decisioni dentro e fuori dal campo. L’avversario superato è una difficoltà della vita che ti lasci alle spalle. Quello placcato è una sfida che raccogli e vinci. Se poi, in preda a una scorretta valutazione, cadi pazienza. Rischi del mestiere. Conta agire in libertà, consapevoli delle proprie azioni e delle conseguenze che possono avere. Si finisce in fallo? Con tanta umiltà si impara a riconoscerlo per evitare di ricaderci».

Rugby: dentro al miracolo

E dentro all’amicizia. Perché il rugby ha una consolidata tradizione di cameratismo che cementa i compagni, unisce gli avversari. Le partite sono fatte di duri colpi. Ogni giocatore non esce dal campo senza aver dato il meglio di sé. Alla fine del match c’è un momento che nessun altro sport vive. «Il terzo tempo», sottolinea Daniele Pacini, «in cui i guerrieri si stringono la mano. Capita ai grandi, ma soprattutto ai piccolini che finiscono per condividere un piatto di pasta insieme.

Per la serie abbiamo combattuto, ce le siamo date, ma adesso siamo qui, allo stesso tavolo, a mangiarci sopra». Senza sapere che nel 1995, un tal Nelson Mandela riuscì a unificare il Sudafrica partendo dal rugby, lo sport dei bianchi in mezzo ai neri. «Un vincitore è un sognatore che non si è mai arreso», diceva. Ora che l’uomo dei miracoli non c’è più, tocca a noi essere all’altezza dei suoi sogni.

Rugby: a che età cominciare

Già a 5 anni
«A questa età si parla più che altro di avviamento», spiega Federico Bernardi Delpiano, giovanissimo allenatore, soli 22 anni, del Modena Rugby 1965. «I piccoli, categorie under 6 e under 8, fanno più che altro attività motoria. Nella nostra società, ad esempio, giochiamo tanto ad ‘acchiapparella’. Un modo per insegnare ai nostri bimbi a scappare, per non farsi prendere, e ad acchiappare. Il placcaggio arriverà più avanti. In abbinata cominciamo a introdurre esercizi tecnici. L’allenatore è prima di tutto un educatore».

Dagli 8 ai 12 anni
«L’obiettivo è sempre il divertimento. I bambini devono poter rientrare a casa contenti. Ma anche motivati a tornare in campo la volta successiva. Insieme al rispetto per i compagni e gli avversari, insegniamo loro la tecnica per poter affrontare le partite nel modo migliore e con l’adeguato contatto fisico. Cerchiamo di prepararli prima di tutto mentalmente spiegando loro che, se non si concentrano a sufficienza, possono far male a se stessi o agli altri».

Dai 12 anni
Il gioco si fa via via più strutturato. «Questa è un’età molto delicata, di transizione. Cerchiamo di capire i bisogni dei ragazzi per consentire loro di trovare il giusto posto in squadra. L’obiettivo è quello di arrivare a dare il meglio in partita. Dove per partita si intende anche quella della vita. Poi chi vuole può proseguire». Diventerà un campione? «Non è il nostro fine. Noi educhiamo persone. Scusate se è poco…».

Tre domande a… Sergio Parisse*

* capitano della Nazionale Italiana di Rugby

Gioca da che aveva 5 anni. A 34 non è stanco?
«No, perché a motivarmi c’è una passione sconfinata. Il rugby mi ha dato moltissimo. Mi ha insegnato il rispetto, la lealtà, il sacrificio. Sarò eternamente grato a questo sport e ai miei genitori sempre con me, che tornassi a casa infangato o contuso. Perché il contatto c’è. Ma a prevalere è l’accoglienza. Nel rugby tutti hanno un posto in squadra. Sarebbe bello che fosse così anche nella società».

110 kg su 196 cm: se in squadra non ha un posto lei…
«Beh, io ne ho fatto una professione: è chiaro che a un certo punto ho dovuto lavorare molto su di me. Ma da bambino, tutt’altro che prestante, non mi sono mai sentito fuori. Né mi sentirò fuori il giorno in cui smetterò perché, grazie al rugby, sono cittadino del mondo, con amici ovunque. Pronto a entrare nella mischia per affrontare le avversità di ogni giorno».

La sua più grande emozione?
«In campo a 18 anni, la prima volta con la maglia azzurra contro la Nuova Zelanda. Dall’altra parte c’era Jonah Lomu (tre quarti ala, scomparso due anni fa per una malattia renale, ndr): ricordo ancora adesso il brivido che mi pervase quando me lo trovai davanti. Fuori campo, la nascita dei miei figli: Ava, 7 anni. E Leonardo, 5 mesi. Due placcaggi in piena regola. Ma per fortuna con me c’è Silvia. In famiglia il capitano è lei».

di Chiara Amati

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