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Scuola a misura di bambino

Ascolto, coinvolgimento, sperimentazioni in classe e all’aperto, lavori di gruppo... La ricetta di una maestra speciale per rendere liberi e felici gli adulti di domani

Scuola a misura di bambino

Ogni bambino ha i suoi ritmi. E il tempo del bambino non è quello degli adulti. Anche la scuola dovrebbe rispettarlo. L’apprendimento dovrebbe potersi sedimentare, adottando quella che Gianfranco Zavalloni, maestro e pedagogista, chiamava “la strategia della lumaca”. Si può fare. Oggi invece, già a partire dalla primaria, il piccolo viene inserito in un meccanismo che ricorda la catena di montaggio: lezioni frontali, studio, verifiche, prove Invalsi. Ne parliamo con Luciana Bertinato, allieva di Mario Lodi, una vita dedicata all’insegnamento nella “sua” Soave, in provincia di Verona, che ha raccontato nel bellissimo saggio “Una scuola felice” (FrancoAngeli, 18 euro).

Maestra Bertinato, qual è la sua esperienza in proposito?

«Il tempo vissuto dentro la scuola ha due peculiarità. Anzitutto, è frammentato. A settembre, prima dell’inizio dell’anno, quando ci si ritrova con i colleghi, l’esigenza prioritaria è organizzare gli orari di docenza. Spesso gli incastri sono difficili. Questo aspetto finisce per prevalere sul progetto didattico. E trasforma, di fatto, la primaria in secondaria».

In che senso?

«Nel senso che l’apprendimento dei bimbi viene schiacciato, compresso».

A scuola gli alunni sono trattati come piccoli adulti?

«Come polli in batteria. E questo è il secondo aspetto che caratterizza il tempo a scuola, oggi. Nel tempo schiacciato, l’unica modalità didattica possibile è la lezione frontale. Il maestro deve correre: assegna il tema, la lettura, il problema. Fa parlare gli alunni. Li valuta. Magari con un test a risposta multipla, in cui i piccoli si esprimono scrivendo delle crocette»

È la modalità delle prove Invalsi. Rispetta il tempo dei bambini?

«Certo che no. Nel tempo ‘giusto’ dei bambini il progetto didattico sviluppa le esperienze, il saper fare, la comunicatività. Incentiva il processo di metacognizione, cioè insegna a imparare».

Banchi in classeCome disporli per apprendere meglio

Come ha provato a fare lei, nei suoi lunghi anni di insegnamento.

«Io sono stata fortunata. Professionalmente mi sono formata sulla legge 517 del 1977, bellissima. Spingeva all’integrazione scolastica, alla sperimentazione in laboratori, all’individualizzazione dell’apprendimento. Perché ciascun bimbo ha i suoi tempi, appunto. E poi poneva grande attenzione ai linguaggi e al lavoro di gruppo, che è fondamentale. Io penso che l’apprendimento passi sempre attraverso il dialogo: è un processo multidirezionale. Io parlo con i bambini, loro parlano con me e, assieme, impariamo».

Difatti lei ha sempre lasciato ampio spazio all’ascolto…

«Le mie lezioni cominciavano sempre con 10 minuti di ‘microfono aperto’. Ascoltavo le parole spontanee dei bambini. I piccoli hanno una gran voglia di comunicare la loro quotidianità, ma non sempre trovano orecchie disposte ad accogliere i loro racconti. Poi, ovviamente, si cominciava a lavorare. Ma, anche durante la didattica, per me era fondamentale capire quali fossero le conoscenze degli alunni su un dato tema. Parliamo di Fenici? Benissimo: cosa sapete già di loro? Poi, introducevo l’argomento e dividevo gli studenti in gruppi. Ciascuno aveva il compito di sviluppare un aspetto di quella civiltà, chi il territorio, chi i commerci, chi le conquiste, e così via. Stimolando il dialogo, consultando testi, visionando film e documentari, facendo ricerche sul web, scrivendo e disegnando, ogni gruppo costruiva una sorta di mappa concettuale. Che oggi sono così di moda nei sussidiari e che noi, invece, producevamo a lezione. Tutti partecipavano e ciascuno faceva quel che era in grado di fare».

Per esempio?

«I più operativi, con piccoli pezzi di legno, la colla e la stoffa, riuscivano a costruire navi rudimentali. Tutti si sentivano gratificati, perché parte di un progetto unico. Che portava ciascuno di loro, per gradi, alla conoscenza. Ecco, questo oggi viene chiamato cooperative learning. Ma ci vuol tempo, appunto.
Per gli insegnanti, poi, è una fatica aggiuntiva. Però ne vale la pena. Gli alunni sono parte attiva delle lezioni, sviluppano l’autonomia, ricordano gli apprendimenti. E svolgono spontaneamente più lavoro di quanto viene loro assegnato. Questo significa fare didattica di qualità. Oggi, invece, alla scuola si chiede di produrre quantità. I bimbi sono indotti a memorizzare più che ad apprendere».

Lei ha lavorato tanto con la natura e l’ambiente. Come mai?

«Perché le lezioni all’aperto risvegliano l’esploratore innato che è dentro ogni bambino. E perché nell’ambiente il piccolo può sperimentare tutti i sensi. Può cogliere, annusare, palpare, sbucciare, assaggiare. Può ascoltare il canto degli uccelli, lo stormire delle fronde degli alberi, persino il silenzio. I materiali naturali sono mediatori di un apprendimento diverso, induttivo, che crea relazione perché emoziona. Non solo. Il bimbo è spinto al movimento e all’azione. Esercita quella che io chiamo l’intelligenza delle mani, che oggi si sta perdendo. Anche nell’orto. Che, oltretutto, insegna il tempo lento dell’attesa, così vicino a quello dei bambini. Perché procede per gradi, senza strappi. Naturalmente».

di Fulvio Bertamini

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