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Videogame violenti? Alla base c’è un disagio

Videogame violenti? Alla base c'è un disagio

Il tema è un po’ come Nessie, il mostro di Lockness: ogni tanto ricompare, per poi tornare a inabissarsi nello scetticismo generale. Questa volta lo rilancia AdnKronos Salute, riprendendo una ricerca realizzata dall’Ohio State University a firma del docente di Psicologia Brad Bushman. Secondo il quale esistono evidenze del fatto che l’esposizione a videogiochi truculenti sia collegata all’aggressività di chi li pratica, “anche se questo non sempre si traduce in comportamenti violenti“, afferma il ricercatore. Certi videogame possono essere pericolosi, insomma, soprattutto per i bambini, “perché desensibilizzano i giocatori, rendendoli indifferenti alla sofferenza altrui”.

Videogame e violenza una eguaglianza troppo facile

Il professor Paolo Ferri, docente di Tecnologia per la didattica presso l’Università di Milano Bicocca e, assieme a Stefano Moriggi, curatore del saggio “Il bambino e gli schermi“ (Guerini Scientifica), ha preso visione dello studio. E dichiara senza remore il proprio scetticismo: “Intanto il campione è formato da studenti universitari di 18-21 anni: a quell’età hanno potuto estrapolare violenza da mille contesti diversi, è impossibile e sbagliato gettare la croce addosso ai videogiochi. Che semmai sono l’effetto, non la causa di comportamenti aggressivi. In altri termini: sottoporsi a una dieta tossica di videogame splatter “è spia di malesseri di altro genere”.

Non solo: “I ricercatori dell’Ohio parlano di studi longitudinali, nei quali di solito il campione viene osservato per 10-15 anni. Ma in questo caso ci si è limitato a somministrare due videogiochi violenti – per la cronaca, “Call of Duty” e “Condemned 2”, ndr – per soli tre giorni, 20 minuti al dì“. Praticamente in dosi omeopatiche. “Mi sembra davvero troppo poco per trarre giudizi. Siamo in presenza, dunque, di una ricerca metodologicamente infondata“. Non significativa. Il sospetto è che si tratti di una delle tante bufale presenti quotidianamente sul web, in grado però di modificare opinioni e comportamenti.

Detto questo, non è che il problema non esiste. “È evidente che se un bambino si diverte cimentandosi in videogame sanguinari, c’è qualcosa che non va in famiglia“, afferma Ferri. “Come minimo, il controllo dei genitori è carente. Sulle confezioni di questi prodotti, infatti, è indicata con grande chiarezza l’età minima consigliata. E si tratta di valutazioni molto prudenziali, per evitare eventuali azioni legali a tutela dei consumatori”. Quelle sì davvero sanguinose, negli Stati Uniti, dove risiede la gran parte dei produttori di videogiochi e dove le class action possono portare a risarcimenti danni con troppi zeri. Non si uccide anche così un’azienda?

Le ragioni della preferenza per i videogiochi violenti

Ma torniamo a noi. L’assenza di controllo in casa, in fondo, è un aspetto di secondo piano, che si presenta in un momento successivo. Bisogna indagare le cause, andare alle radici del disagio: “Dobbiamo chiederci: perché un bambino gioca con videogiochi di questo genere?”, si domanda Ferri. “E anche stavolta dobbiamo cercare un movente esterno. Che potrebbe risiedere in una o più violenze subite dal bimbo, o alle quali ha assistito”. Oppure, più banalmente, in una drammatica sottovalutazione da parte del padre. “E se fosse lui a giocare abitualmente con quel videogame? Se l’avesse passato lui al figlio?”. Possibile?

Sembra fantascienza, più che realtà virtuale. Esistono davvero casi di questo genere? “Altroché. Uno si è verificato nella classe di mio figlio, 9 anni”, sostiene Ferri. “Un bel giorno un suo compagno si è presentato in aula con ‘Grand Theft Auto’. Sto parlando di un videogame violentissimo e di grande successo, che ha venduto 220 milioni di copie nel mondo, con effetti di un realismo sconcertante, nel quale capita di tutto: dall’automobilista sadico che gira per le strade di Los Angeles travolgendo di proposito i passanti malcapitati (ricorda qualcosa? ndr) a rapine cruente ai danni di prostitute, da scene di sesso esplicito allo spaccio di droga. Ci giocava il suo papà, a ‘Grand Theft Auto’. Bene: alcuni bimbi si sono entusiasmati e altri due padri l’hanno acquistato!”.

Videogiochi violenti: cosa capiscono i bambini?

Risultato: nel giro di qualche giorno tutta la classe era impegnata in azioni virtuali di pirateria stradale, rapina e spaccio. Poi, per fortuna, qualcuno se n’è accorto e ha lanciato l’allarme. Fine dell’orgia a base di sangue, droga e sesso. “Fra l’altro, un videogame come quello rappresenta realtà che a quell’età i bambini non comprendono“, prosegue il professor Paolo Ferri. E chissà come possono decodificare. “Per questo motivo certi videogiochi andrebbero tenuti lontani da loro. Inoltre, se in famiglia c’è un problema, finiscono per esacerbarlo“. Un focolaio d’incendio non si spegne con la benzina, lo sanno anche i bimbi. Se riusciamo a capirlo pure noi, abbiamo fatto un bel passo avanti.

Fulvio Bertamini

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