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Appellativi: nella coppia non sono tutti ok

Diventare genitori rimescola pure il modo in cui si dialoga: dove prima era tutto un “tesoro” e un “micetto“ spuntano tanti “mami” e “papi”.

Appellativi: nella coppia non sono tutti ok

“Mamma, hai preparato tu la merenda per Giorgio?”. Lui lo fa spesso. E lei lo ricambia senza pensarci: “Certo papà, è già pronta”. Quando sembra che i nomi nella coppia vengano dimenticati e ci si propone ai figli nella fissità di un ruolo, quello del genitore, è un problema? Usare in esclusiva quegli appellativi è il segnale che nella relazione qualcosa non funziona più come prima? Rifletterci aiuta anche a ripensare all’impatto delle parole nell’educazione dei piccoli.

C’era una volta la complicità?

«Questi segnali non vanno affatto interpretati in tutti i casi come indizi di crisi. Possono anche esprimere momenti di gioia. Dipende dal contesto. Non è l’uso dei singoli termini, ma le modalità e l’ambiente in cui vengono pronunciati a fare la differenza». Daniela Bavestrello, psicologa e psicoterapeuta, ne è convinta: «In realtà, quando i partner si chiamano reciprocamente mamma e papà di fronte al bimbo, spesso vogliono sancire un’alleanza con il piccolo. Vanno alla ricerca di una complicità con lui. Si mettono dalla sua parte, anzi si pongono alla sua stessa altezza». Trasmettendogli, nel contempo, «il senso di un riconoscimento: l’altro coniuge è l’autorità del bambino». Un modo delicato per ribadire un ruolo di guida, che il bimbo è ben felice di accettare. Altre volte, invece, questi appellativi possono esprimere «la voglia di giocare con i ruoli. Che, in una dimensione sana di relazione, vengono interpretati.
Li indossiamo come un abito. Dunque, possono anche essere scambiati». Questo significa, per esempio, che «quando il bambino sarà grande potrà preparare, ogni tanto, la colazione a mamma e papà». Un fatto è certo: «La parola mamma non è appannaggio esclusivo dei figli».

Genitori entrambi responsabili di tutto

Ci sono poi altre situazioni, meno innocue e divertenti, in cui chiamarsi con questi appellativi di fronte al bambino esprime un’inadeguatezza di fondo. «Quando il genitore si vive come il “fratello grande” del proprio figlio c’è sicuramente un problema», sostiene Bavestrello. «Alludo a manifestazioni del tipo: “Chiama papà che ti spieghi bene, perché io non sono capace” (e non si sta parlando di equazioni di terzo grado). Oppure: “Avvisa mamma che c’è questa cosa da fare, perché io non sono in grado”. In questi casi siamo in presenza di una madre, o di un padre, che non si vuole prendere le proprie responsabilità». Che si comporta, appunto, come un bambinone un po’ viziato. Che non ha ancora appreso come svolgere non soltanto quel compito particolare, per lui/lei così ostico, «ma proprio il mestiere di genitore».

Appellativi di coppia

C’è poi la situazione più estrema. Quando mamma e papà vengono usati non di tanto in tanto, secondo le circostanze, ma sempre. «Questo significa che ci siamo identificati nel bambino. E l’altro/a, dunque, diventa effettivamente papà o mamma anche nostro. Questo sì che è un segnale d’allarme per la coppia», afferma Bavestrello. Ci si può chiamare con molti nomi diversi, fra partner, ragiona la psicologa. Anche con appellativi buffi, che magari non piacciono al diretto interessato. Ma che esprimono “una sana variabilità di ruoli”. Quando però si passa dall’interpretazione all’identificazione, «significa che non riusciamo più a uscire da quel ruolo». La parte ci ha preso la mano. Ci ha espropriato di un pezzo di vita. Impedendoci, per esempio, «di manifestare di fronte ai figli aspetti della relazione che sono di per sé innocenti, ma sessualmente connotati. Come salutare il partner che si appresta a uscire di casa con un bacio sulla guancia, anziché sulla bocca». Un segnale di forte disagio, che inibisce un’espressione naturale di affetto. E che è opportuno superare. Per il bene della coppia, soprattutto.

La coppia?Viene prima di tutto!

di Fulvio Bertamini

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