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Intervista a Antonietta Di Martino

Intervista a Antonietta Di Martino

Era il 4 agosto 1978, quando, al Meeting di Brescia, la veronese Sara Simeoni stabiliva il record del mondo di salto in altoportando l’asticella a 2.01 metri. Due mesi prima, a Cava de’ Tirreni, nasceva Antonietta Di Martino una bambina timida e sensibile che, 29 anni più tardi avrebbe raggiunto e superato quella stessa misura. La carriera di Antonietta inizia per caso, ai Giochi della Gioventù, dove esordisce con le gare multiple. Ma il primo sorprendente risultato arriva nel 2001 quando agli Assoluti di Catania eguaglia il primato italiano di Antonella Bevilaqua saltando 1.98 metri e capisce che il suo futuro è proprio il salto in alto, disciplina nella quale si specializza abbandonando l’eptathlon. Il suo percorso è caratterizzato da infortuni più o meno gravi: prima una periostite e poi un’operazione alla caviglia la tengono lontana dalla pedana. Il 2007 è l’anno dei record: dopo i 2.00 metri indoor Antonietta infrange il primato della Simeoni con 2.02 a Torino e 2.03 all’arena di Milano, misura che ripete anche ai mondiali di Ōsaka dove conquista l’argento cedendo solo alla croata Blanca Vlašić. Dopo il 10° posto alle Olimpiadi di Pechino e un meritato periodo di riposo Antonietta è pronta a regalarci delle nuove emozioni…

La tua storia con l’atletica comincia all’età di 12 anni con i Giochi della Gioventù. Ci racconti com’è andata?
Ero alle prime armi. Non avevo mai fatto atletica e ho iniziato proprio con questi Giochi. Mi ricordo che non è andata benissimo però riuscii a raggiungere la Finale Nazionale in Sicilia e proprio da lì è iniziato tutto anche se in realtà già saltavo…ma solo gli ostacoli.

Il salto in alto, quindi, non è stata la tua prima specialità. Per gran parte dell’età giovanile, infatti, hai praticato il giavellotto e le prove multiple. Com’è avvenuto il passaggio al salto in alto?
Mi allenavo 5 volte a settimana e, sfortunatamente, ho avuto un sacco di problemi. Ad una gara dei Campionati Italiani Assoluti, all’età di 23 anni, ho saltato 1.98 e da lì mi sono dedicata al salto in alto disciplina che ho sempre preferito alle altre.

Quando hai capito di avere i numeri per riuscire a infrangere lo storico record di Sara Simeoni?
In realtà non pensavo proprio di riuscirci! 2.02 metri, non è una misura per tutti ed essendo alta 1.69 tutto il resto doveva funzionare bene. Sapevo che, in base ai miei tantissimi infortuni, se avessi fatto una stagione intera senza farmi male sarei riuscita a fare determinate misure. E così è stato.

L’altezza e il corpo longilineo e asciutto sono discriminanti fondamentali per riuscire ad arrivare ai vertici?
Sinceramente si. Se fossi stata alta 1.73 quei 4 centimetri in più mi avrebbero permesso di saltare quasi sempre sui due metri. Io sono alta 1.69 e già quando salto 1.95 nella maggior parte delle mie gare ho un differenziale altissimo che altre atlete non fanno.

E’ necessario seguire una dieta particolare?
Io sono abbastanza magra e durante l’allenamento, facendo meno pesi, riesco ad avere comunque una forma asciutta. Sono molto fortunata da questo punto di vista: basta che io inizi a mangiare un po’ di meno e subito torno in forma.

Quanto contano l’ elasticità e le fibre bianche e quanto invece la tecnica di salto?
Secondo me conta molto di più la tecnica perché se hai tanta forza ed elasticità ma ti muovi in maniera scorretta ti fai molto male e quindi non serve a nulla. Purtroppo questo l’ho già provato sulla mia pelle! La tecnica è fondamentale e solo dopo vengono il talento, le caratteristiche, la forza e la velocità. Tutto questo, però, dipende anche dal corpo del singolo atleta: io, essendo piccola, sfrutto molto di più la velocità e la potenza invece chi è più alto, in genere, è più lento e sfrutta di più la forza.

E a livello motivazionale quali sono i segreti “per arrivare così in alto”?
Nel 2007 volevo dimostrare a me stessa quello che valevo. Ho avuto tanta sfortuna nella mia carriera e, siccome erano due anni che riuscivo ad allenarmi in maniera costante, avevo tanta voglia di dimostrare soprattutto a me stessa di essere capace di fare determinate cose. Non ero mai riuscita ad esprimermi perché facevo due mesi di allenamento e mi infortunavo in maniera anche grave e quindi avevo proprio il desiderio di far vedere a tutti quanto valevo.

Una fastidiosa periostite e un’operazione ad una caviglia hanno rallentato la tua ascesa. Come sei riuscita a superare le difficoltà e tornare ai vertici?
La periostite era dovuta alla mancanza di legamenti alla caviglia e mi impediva di fare tutto. Il piede era bloccato e non si muoveva e, per questo motivo, decisi di farmi operare. Non sapevo se sarei riuscita di nuovo a saltare come prima (1.98 metri) ma comunque decisi di accontentarmi e di adeguarmi. Quando ho visto che il mio piede rispondeva bene sono andata dritta per la mia strada e non ho pensato più a niente. Davanti a me c’era solo il mio obiettivo!

Durante la finale dei campionati mondiali di Ōsaka hai eguagliato il tuo primato di 2.03, conquistando la medaglia d’argento subito dietro alla fortissima croata Blanca Vlašić. Qual è stata la tua prima emozione? Hai realizzato subito di essere entrata tra le grandi dell’atletica internazionale?
Sono entrata in pedana saltando 1.81. Ero in uno stato confusionale: non mi rendevo proprio conto di quello che era successo e di quello che avevo fatto. Un po’ come fossi un’automa. Per me era così forte la voglia di salire sul podio e di arrivare a fare una cosa che avevo sempre sognato che mi sono resa conto solo dopo di tutto quello che era successo. Ho realizzato veramente quello che avevo fatto quando sono salita sul podio e quando ho ascoltato lo speaker che mi ha annunciato come medaglia d’argento.

Dopo il 10° posto di Pechino quali sono i progetti futuri?
In questi ultimi quattro anni non mi sono mai fermata e, per questo motivo, ero veramente stanchissima, soprattutto dopo il 2007 che è stato un anno molto impegnativo. La stagione si è conclusa con il decimo posto alle Olimpiadi: non è certo come ricevere la medaglia ma è sempre un buon posto. Quest’anno ho iniziato la preparazione in maniera serena e tranquilla e ho fatto determinate scelte: mi sono messa in disparte per 4/5 mesi perché avevo proprio bisogno di riposarmi e di fare la vita di prima. Purtroppo ho avuto l’ennesimo infortunio a novembre però, per quello che sono riuscita, a fare mi sento bene.

Che cosa ti ha insegnato l’atletica e lo sport in generale e quali consigli ti senti di dare a tutti i bambini che sognano di diventare come te?
Lo sport ha creato Antonietta di Martino. Ha fortificato il mio carattere perché ero una bambina molto timida e avevo sempre paura di tutto. Iniziando a fare atletica ho imparato a gestire me stessa e le mie emozioni, a parlare con le persone e ad avere rispetto di me e del mio prossimo. Il consiglio che posso dare ai ragazzi di oggi è quello di fare sport perché è importantissimo sia per la salute che per l’anima. L’anima ha bisogno dello sport. L’importante è, prima di tutto, divertirsi perché quando si diventa grandi atleti entrano in gioco altre cose: il divertimento c’è ma è diverso. Vedo tanti ragazzi che si affannano, già da piccoli, perché vogliono diventare grandi atleti e quindi non mangiano, vanno a dormire presto e fanno tante altre cose da professionisti e non capiscono che questo genere di cose produce solo male!

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