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L’omeopatia funziona. Ecco le prove

L'omeopatia funziona. Ecco le prove

Sarà anche vero, come dice Christian Boiron, che è pressoché impossibile spiegare scientificamente come l’omeopatia funzioni – al punto che la sua azienda ha deciso di stoppare la ricerca in questa direzione, dopo aver investito inutilmente fiumi di denaro per anni – ma è altrettanto certo che i farmaci omeopatici-omotossicologici o low dose, come molti preferiscono definirli, sono efficaci. Lo dimostrano non tanto il numero crescente di pazienti nel mondo che si affidano a queste terapie (300 milioni nel 2014), i 20 mila medici italiani che prescrivono almeno una volta all’anno questi rimedi o l’alta soddisfazione (71%) riscontrata fra chi li ha utilizzati, come chiarisce il Rapporto Eurispes del 2012. Più probante è una recente pubblicazione di Guna, azienda italiana leader del settore, presentata ieri all’Università Milano-Bicocca alla presenza di specialisti in neurologia (il professor Leonello Milani), dermatologia (il professor Torello Lotti), oftalmologia (il dottor Andrea Basile) e angiologia (il dottor Cesare Santi).

In cosa consiste l’importanza del lavoro di Guna (“Low dose medicine. Omeopatia-omotossicologia – Le prove scientifiche”)? Semplice: l’efficacia di questi medicinali viene dimostrata da 10 studi clinici e 188 ricerche gold standard (ovvero di livello più alto) pubblicate su 38 testate internazionali non omeopatiche (fra cui British Journal of Clinical Pharmacology, Scientific World Journal, International Journal of Oncology). Lavori e ricerche “che rispettano in modo rigoroso i criteri e le metodologie scientifiche attualmente imposte e validate“, precisa il presidente di Guna Alessandro Pizzoccaro, e che chiariscono come i farmaci in questione non siano affatto acqua fresca, ovvero non producano un mero effetto placebo (è l’accusa mossa da molti detrattori dell’omeopatia), ma abbiano effetti terapeutici specifici. Che in taluni casi sono equivalenti o superiori ai medicinali allopatici impiegati per curare le medesime patologie.

Stiamo parlando di studi che affrontano ampi settori della medicina. Di farmaci che curano le allergie, gli apparati artro-mio-fasciale, gastroenterico e respiratorio, le sindromi influenzali e otorinolaringoiatriche, le complicazioni postoperatorie, i problemi dermatologici, le malattie dell’apparato circolatorio e della coagulazione. Che risultano preziosi in ginecologia e ostetricia – per esempio nel falso travaglio, nel trattamento delle secrezioni vaginali, nella preparazione al parto, nella sindrome premestruale, in menopausa – oppure in neurologia e psichiatria (depressione, sindrome da stanchezza cronica, emicrania, insonnia, stress post-traumatico, afasia). In grado di affrontare congiuntiviti, nausee, enuresi notturne, carie. Anche in associazione con medicinali allopatici: percorrendo strade terapeutiche molto diverse, i due sistemi sono in grado di dialogare. Molto meglio e molto di più di quanto non sappia fare la comunità scientifica.

Fra gli specialisti intervenuti in Bicocca, il dermatologo Torello Lotti ha parlato dell’efficacia delle citochine a basso dosaggio nel trattamento della psoriasi e della vitiligine, che è malattia invalidante presso molte culture nel mondo, mentre l’oculista Andrea Basile ha illustrato un’innovativa metodica di cura messa a punto nell’unità ospedaliera di Abbiategrasso, che combina due farmaci omeopatici – Solanum compositum e Galium Heel – per affrontare una grave affezione dell’occhio, la corioretinopatia sierosa centrale. Una malattia contro la quale i farmaci allopatici e la chirurgia laser “avevano dato risultati solo parzialmente rispondenti alle attese e non scevri da effetti avversi anche gravi”. Invece, Solanum e Galium si stanno rivelando estremamente efficaci e dei 13 pazienti oggetto di cure nel periodo gennaio-ottobre 2015, “12 sono notevolmente migliorati nell’arco di pochissimi mesi. Oltretutto, l’unico che non ha dato esiti positivi ha ammesso di non aver seguito correttamente la terapia”, ha precisato Basile.

Resta il fatto che l’omeopatia paga ancora il retaggio del lungo isolamento cui è stata costretta per molti anni e resta abbastanza lontana dalle facoltà italiane di Medicina, come ha chiarito l’angiologo Cesare Santi: “I professionisti si avvicinano a questa disciplina solo dopo aver maturato una certa disillusione nei confronti delle terapie allopatiche”. Il che significa che i giovani, spesso, non riescono ad accedere a questi studi. Anche se qualcosa sta cambiando, come ha ricordato il neurologo Leonello Milani, e negli ultimi 4-5 anni sono stati attivati master di I e II livello post lauream presso le Università della Calabria (la prima a istituirli), del Piemonte Orientale (Novara), di Roma (La Sapienza), Bologna, Parma, Siena, Verona. L’omeopatia sta entrando dunque anche all’interno del mondo accademico, favorita probabilmente da un certo successo di mercato (gli atenei ormai ragionano come aziende). Ma con una certa fatica, e a diluizioni ancora molto alte.

Fulvio Bertamini

 

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