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Un amico vuol dire non essere soli

Un amico vuol dire non essere soli

Eccoli, immortalati in gruppo: riconosciamo, da sinistra, Ahmed, Jujube, Béatrice, Alice, Camille, Zucchina e Simon. Sono i protagonisti del film d’animazioneLa mia vita da Zucchina” che, dopo la calorosa accoglienza riscossa a Cannes e le vittorie ai festival di Annecy (Miglior film e Premio del pubblico) e San Sebastián (Premio del pubblico come miglior film europeo), sbarca in anteprima nel nostro Paese, il 29 ottobre, a Lucca Comics & Games, importante appuntamento dedicato al fumetto, al cinema d’animazione e ai giochi. L’arrivo nelle sale italiane, invece, è previsto per il 24 novembre.

Il film, interamente realizzato con la tecnica definita stop-motion, o frame by frame, è diretto da Claude Barras su sceneggiatura di Céline Sciamma, regista già apprezzata per avere firmato “Tomboy”, delicata opera di formazione in cui si narra di una ragazzina di 10 anni che ama camuffarsi da maschietto per giocare con loro. Anche questo è un lungometraggio di formazione. Racconta la storia di un bimbo di 9 anni soprannominato Zucchina che, dopo la scomparsa della madre, va a vivere in una casa-famiglia. Qui, grazie all’amicizia di un gruppo di coetanei, fra cui spicca la dolce Camille, riuscirà a superare le sue difficoltà, abbracciando una nuova vita, piena di emozioni e affetto.

“Ci vuole coraggio per convincersi che una parte delle vicende narrate nel film, le più drammatiche, possano essere uno spunto perfetto per un lungometraggio per bambini”, ha dichiarato Cécile Sciamma. “D’altra parte, basterebbe pensare alle fiabe da sempre raccontate ai più piccoli: spesso hanno premesse molto fosche e possono essere anche crudeli. Ma ‘La mia vita da Zucchina’ non lo è: ha la forza e la tenerezza di una storia di formazione, unite all’impegno di rappresentare il mondo intorno a noi”.

Anche il regista Claude Barras ha sottolineato la volontà di realizzare un’opera “saldamente ancorata al presente, in grado di raccontare la forza di un gruppo di amici nel superare le difficoltà della vita, grazie all’empatia, alla solidarietà, alla condivisione e alla tolleranza“. Valori sempre più messi in discussione in quest’epoca di grandi paure, tensioni internazionali, individualismo spinto. “Nel cinema di ieri e di oggi gli orfanotrofi sono spesso descritti come luoghi opprimenti, mentre il mondo al di fuori è sinonimo di libertà. Nel mio film accade il contrario: i problemi vengono dal mondo esterno e la casa-famiglia è un posto di riconciliazione e ricostruzione“. Un’isola di pace da cui ripartire alla conquista di un futuro possibile.

Interessantissima la tecnica di animazione utilizzata, simile a quella tradizionale, in cui i però i disegni sono sostituiti da pupazzi filmati fotogramma per fotogramma (da qui il termine stop-motion): fra un fotogramma e l’altro, poi, i bambolotti vengono riposizionati per trasmettere l’illusione del movimento. Per il film sono stati impiegati pupazzi alti circa 25 cm, costruiti artigianalmente combinando materiali diversi – dalla schiuma di lattice per i capelli al silicone per le braccia, dalla resina per il viso ai tessuti per i vestiti – avvolti intorno a uno scheletro articolabile, adattato alla morfologia di ogni personaggio. Direttore dell’animazione è Kim Keukeleire, artista belga che ha già firmato diversi film in stop-motion, fra cui “Galline in fuga” di Peter Lord e Nick Park, “Fantastic mr Fox” di Wes Anderson e “Frankenweenie” di Tim Burton.

FB.

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