Spreco alimentare: la ricetta danese per abbatterlo | Insieme in famiglia

Spreco alimentare: la ricetta danese per abbatterlo

Spreco alimentare: la ricetta danese per abbatterlo

La Danimarca vanta un record a cui guarda il mondo intero: l’abbattimento dello spreco alimentare del 25%. Un successo reso possibile da un’azione dal basso che ha coinvolto tutti: industre, commercianti, consumatori e istituzioni. Il Parlamento ha varato leggi severe per chi spreca mentre nelle scuole si tengono costantemente seminari e conferenze sul tema. Tra i promotori c’è Stop Wasting Food, una delle più importanti organizzazioni contro lo spreco alimentare del Paese. Questo movimento è stato fondato nel 2008 da Selina Juul, di origini russe ma trasferita in Danimarca a 13 anni.
“Quando arrivai fui colpita prima dalla grande quantità di cibo presente nei supermercati e poi dall’inaccettabile spreco”, ha raccontato in occasione dell’incontro tenutosi il 19 marzo presso l’UniCredit Pavilion di Milano nell’ambito dell’evento BeNordic dedicato alla cultura nordica. “Qualche anno più tardi fondai questo movimento che si pone l’obiettivo di sensibilizzare i consumatori. A sprecare maggiormente, infatti, non sono ristoranti e aziende, ma le famiglie”, ha detto l’esperta. “È perché compriamo e cuciniamo troppo, infatti, che molto cibo viene buttato. E a finire nella spazzatura sono soprattutto frutta, verdura, prodotti caseari e pane”.

Come ridurre lo spreco domestico?
“Per evitare che il cibo finisca nella pattumiera è importante innanzitutto pianificare i pasti. Quindi, fare una lista della spesa e attenersi a quella quando si va al supermercato, senza farsi ingolosire da sconti e offerte. Inoltre, cucinare solo ciò che serve davvero calcolando bene le porzioni. E se avanza qualcosa, riutilizzarlo per un nuovo piatto.
Attenzione anche a svuotare bene le confezioni: un quarto del loro contenuto, spesso, rimane sul fondo. Basterebbe tagliare l’involucro per recuperarlo”, dice Selina Juul.
“Quanto al frigorifero, in genere, per i cibi freschi, rappresenta l’ultimo step prima del cestinamento. Oltre a una buona manutenzione, per migliorare la conservazione è importante la corretta disposizione degli alimenti. La frutta, ad esempio, andrebbe messa nel ripiano in basso: e le mele lontane dalle banane, altrimenti maturano prima a causa della produzione di etilene. Occhio anche alla reale scadenza dei cibi. Le uova, si mantengono più a lungo rispetto alla data riportata in etichetta. Per verificare che siano veramente scadute, basta immergerle in un bicchiere d’acqua. Se salgono in superficie, significa che sono da buttare, se vanno sul fondo sono ancora buone”, continua l’esperta.
Occhio poi ai cosiddetti ‘ufo’, quegli oggetti congelati non ben identificati che vengono parcheggiati nel freezer per anni. La maggior parte delle famiglie ne ospita almeno uno. A essere surgelate possono anche essere infine piccole porzioni di cibo già pronto: così è più facile terminarlo una volta scongelato. Anche questa è un’ottima strategia anti-spreco”.

Come possono contribuire commercianti, ristoratori e grandi catene di supermercati?
In Danimarca, dove l’azione dal basso ha portato a vera e propria rivoluzione culturale, i negozianti collaborano vendendo i prodotti vicini alla scadenza con un forte sconto. Nei ristoranti, invece, sono diffusissime le doggy bags, buste in cui inserire il cibo avanzato da portare a casa. Moltissimi esercenti attaccano sulla vetrina del negozio l’etichetta REFOOD, in nome della lotta allo spreco alimentare. Nel Paese, si organizzano festival dove le persone possono portare del cibo già cucinato da distribuire gratuitamente: hanno potuto beneficiarne in 5-10 mila. 60mila tonnellate di cibo, infine, dal 2010, sono state consegnate alle associazioni benefiche che lo hanno distribuito ai bisognosi. “Al riguardo, però, è importante che le associazioni vengano aiutate dalle istituzioni a smaltirlo in tempi brevi”, precisa l’esperta.

Qual è la situazione nel nostro Paese?
“Con il cibo sprecato in Italia si potrebbe sfamare l’intera Etiopia”, dice  Selina Juul. Nel bidone dell’immondizia, infatti, finiscono 348 euro all’anno per famiglia per un totale di 13 miliardi di euro a cui se ne aggiungono altri 5 per gli alimenti persi lungo la filiera. In totale 18 miliardi di euro che corrispondono a circa 15 milioni di tonnellate di cibo buttato ogni anno.
“Abbiamo scoperto che molte cifre rese note in precedenza vanno riviste. Facendo tenere diari puntuali alle famiglie, è venuto fuori che si getta via il 50% in più di quello che si pensa. Ecco perché gli 8,4 miliardi in euro stimati nella pattumiera domestica diventano almeno 13”, ha spiegato Andrea Segré, professore all’università di Bologna, fondatore di Last minute market, di waste watcher (l’osservatorio sugli sprechi dell’università di Bologna che da 15 anni monitora il problema e le cui iniziative hanno anche portato alla legge per facilitare le donazioni di aziende e industre) e consulente anti-sprechi del ministero dell’Ambiente. In base ai dati di waste watcher i più spreconi sono gli abitanti delle isole (con 7,4 euro a settimana buttati), seguono il Centro (7,2), il Sud (6,8), il Nord Ovest (6,3) e il Nord Est (6,1). Ben il 43% del cibo buttato viene “perso” nelle nostre case. Secondo un’indagine del Politecnico di Milano, la ristorazione è poi responsabile del 21% degli alimenti cestinati, la distribuzione commerciale del 15%, l’agricoltura dell’8% e la trasformazione del 2%. Non vanno dimenticate, per contro, le tante azioni di solidarietà che in Italia non mancano di certo. Molte industre e ipermercati regalano il cibo invenduto mentre il Banco Alimentare raccoglie donazioni in tutto il Paese, sfamando 1,5 milioni di persone tramite 8mila associazioni.

Michela Crippa

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