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Parolacce: sulla bocca di tutti

Le sentono per strada, in televisione, in casa. E cominciano a ripeterle, un po’ per sentirsi grandi, un po’ per provocare e vedere che effetto fa. Come comportarsi?

Parolacce: sulla bocca di tutti

Le parolacce, che una volta erano tabù, che facevano arrossire e per le quali ci si scusava se scappava di dirne una, oggi si sentono ovunque. Rimbalzano in televisione, alla radio, sul web, sui giornali e, soprattutto, in bocca alle persone. Sono un intercalare colorito e comune delle conversazioni che si orecchiano per strada. Servono per sottolineare un pensiero, per enfatizzare un’opinione. In pratica, per non inquinare l’udito dei bambini, le mamme, dovrebbero farli uscire sempre con il paraorecchie. Infattibile. E allora, come fare per evitare che i nostri bambini le imparino e, peggio, le ripetano? Abbiamo girato la questione a Get Tessaro, autore di libri e testi teatrali per bambini.

Perché i piccoli amano tanto le parolacce?

«Le cose sporche, trasgressive, come la cacca e le puzze hanno sempre avuto un grosso fascino per i bambini.  Rappresentano il proibito e il pericolo. Se in uno spettacolo le nomino tutti ridono. La trasgressione è reattiva. Da qui alla parolaccia il passo è breve. I bambini le sentono e quindi le ripetono, magari ridacchiando perché la considerano un’azione rischiosa e divertente».

Bambini e cattive risposteCome comportarsi

Oggi si va sul pesante però…

«Lo scadimento del linguaggio ha due ragioni. La prima: dilaga il cattivo gusto. Poi, battute e espressioni una volta ritenute da adulti, sono pronunciate da tutti e in ogni contesto. Si va perdendo la sensibilità a proteggere i bambini, anche in questo campo».

I genitori come fanno a salvarsi?

«Se proprio devono lasciar passare qualche parolaccia, perché censurarle tutte diventa impossibile, meglio sorvolare su quelle relative alla cacca e bandire insulti razzisti e violenti. Quelli veicolano i concetti che possono portare alla guerra, per me la cosa più volgare che ci sia!».

Parolacce: il fattore età

A 3 anni. Non conosce neppure il significato delle parole che ripete, ma ne imita alla perfezione tono e intonazione. Oppure le storpia e arrivano indecifrabili (e, ahimé!, strappa spesso una risata). Le dice per emulare gli amichetti, per attirare l’attenzione dei genitori. Se si reagisce in modo troppo vivace, però, passa il messaggio che è il modo per fare colpo.
A 4-5 anni. Sa che sono parole ‘proibite’ e quindi molto più appetibili di tutte le altre: le usa consapevolmente per disobbedire alle regole e dunque sentirsi grande. In questo modo testa la coerenza del mondo adulto e saggia la resistenza dei paletti educativi che gli propone.
A 6 anni. Il turpiloquio diventa più intenzionale e viene usato per esprimere rabbia e aggressività. Adesso ci si può ragionare su, intervenire per stopparle e spiegare quali insulti (razzisti, sessuali, su deficit intellettivo) sono sempre vietati.

di Patrizia Violi

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