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Domande difficili: quando i bambini ci mettono in imbarazzo

I bambini sono bravissimi a metterci all’angolo con interrogativi più grandi (anche) di noi. Dribblare in attesa che crescano ancora un po’ non serve. Molto meglio rispondere con parole e azioni adatte alla loro età. Diventeranno adulti consapevoli e (più) responsabili

Domande difficili: quando i bambini ci mettono in imbarazzo

Francesco ha 5 anni, è un bel bambino felice, al sicuro tra le braccia dei suoi genitori che lo coccolano alla follia. Ma da qualche settimana, Francesco è turbato. Non si dà pace. L’immagine in tv di quel bimbo poco più piccolo di lui, dentro una valigia marrone portata a mano da un padre in fuga dalla guerra in Siria, gli ha scosso la quotidianità. Le domande difficili, nella sua testolina, si rincorrono incalzanti. «Mamma, perché quel bimbo stava in una valigia tutta rotta? Papà, era vicino o lontano? Nonni, dalla valigia uscivano solo un braccino, penzolante, e la testa. Il bimbo aveva gli occhietti chiusi: era morto?». Ad avere dubbi non è solo Francesco: purtroppo di immagini-simbolo simili a questa, nelle nostre case, ne entrano di continuo. Come spiegarle lo suggeriscono due esperti d’eccezione più una quadrilogia di libri, ‘Bambini nel mondo’, che calza a pennello.

La verità su tutto

Prima o poi le domande difficili – ‘Cos’è la guerra? E il razzismo? Perché tanti bambini muoiono di fame?’ – arriva per tutti i genitori. In genere come un fulmine a ciel sereno e la tentazione è quella di sviare perché, a 4 o 5 anni, non è il momento. Viene spontaneo pensare: “Sono troppo piccoli: a questa età i bimbi vanno tenuti come reliquie sotto a una campana di vetro”. Non è d’accordo Carlo Tomasetto, professore di Psicologia dello Sviluppo presso il dipartimento di Psicologia all’Università di Bologna. Per lui, che è anche padre, «i genitori devono rispondere a tutte le domande in maniera veritiera e senza timori, forti del fatto che il modo di comunicare di una mamma e di un papà è sempre corretto: nessuno meglio di loro, infatti, conosce e rispetta la sensibilità dei figli».

Domande scomodeEcco come puoi rispondere

Domande difficili: piccoli escamotage

Per parlare ai bambini servono naturalezza e sensibilità. Molto conta, però, anche l’ambiente circostante. Ad esempio, una musica di sottofondo non cancella di certo le brutture del mondo, ma può rassicurare. E poi, vincente è l’idea di munirsi di mappamondo e, in alternativa, di carta geografica. Dare concretezza ai temi affrontati indicando, ad esempio, dove si svolgono, permette al bambino di capire meglio. E, perché no?, di distrarsi: tra le bellezze della natura – mari, pianure, montagne e quant’altro – anche la più cruda delle vicende può essere illustrata con un tantino di leggerezza. Ad esempio, così…

Mamma, perché quel signore chiede dei soldi?

Quante volte ci è capitato di imbatterci in un mendicante, nostro figlio per mano. Spesso si tratta di anziani o di persone che arrivano da lontano. Nel caso di anziani, come potrebbero essere i nonni, l’educatrice Emilia Ropa ai suoi due bambini spiegherebbe che «sono persone che, magari, nella vita hanno perso il solo affetto caro rimasto. O che, per motivi di salute, hanno dovuto spendere tanti soldi per far fronte alla malattia. Così, alla fine, si sono ritrovati con nulla tra le mani. Cosa fare? Qualcuno ha cercato di ingegnarsi in qualche modo per sentirsi (ancora) utile e capace, ma non tutti sono riusciti». Diverso il discorso sugli immigrati. «Non è facile trovare lavoro quando si è appena arrivati nel nostro Paese e non si conosce l’italiano», argomenta Ropa. «Senza considerare che, spesso, ci si ritrova in balia di persone disoneste che guadagnano sulla disperazione altrui. E quando sei disperato, daresti l’anima per stare un po’ meglio. Chiedere l’elemosina, il più delle volte, è il solo modo per avere qualcosa in tasca. Vero è che a chiedere l’elemosina sono in tanti. Come dobbiamo comportarci, allora? Dare soldi a chiunque non è possibile. Possiamo compensare con del cibo, degli abiti. O anche con un saluto. Se anziché evitare, provassimo a conoscere una persona da vicino, sapremmo magari aiutarla in altri modi. Senza dimenticare che, al di là di una qualsivoglia offerta, a queste persone la cosa che più fa piacere è essere viste, riconosciute, rispettate. Un saluto, un sorriso, uno scambio di frasi nutrono il cuore».

Papà, perché arrivano tutti quei barconi?

Per Emilia Ropa una risposta efficace a una tra le più classiche delle domande difficili potrebbe essere questa: «Esistono Paesi nel mondo dove, per tanti motivi, la vita non è facile come da noi. Proviamo a guardare la mappa terrestre: in alcuni posti c’è il deserto, dove le piante faticano a crescere e gli animali a vivere per la scarsità di acqua. In altri c’è carestia: quando non piove o quando piove così tanto da mettere a rischio le colture, è difficile trovare del cibo. In altri ancora c’è la guerra. E quando c’è la guerra, i negozi sono vuoti, l’acqua e l’elettricità non vengono garantite, a scuola non si può andare… Tutto è distrutto: alle persone non resta che scappare per salvarsi e proteggere i propri bambini. Dinanzi alla disperazione, si è disposti a tutto: anche ad affrontare, ad esempio, il mare in burrasca, magari su mezzi di fortuna, pur di trovare una vita migliore, ma senza avere la certezza di arrivare là, su quella sponda sicura. Noi non abbiamo scelto dove nascere: quella che abbiamo ricevuto è una fortuna. Motivo per cui non dobbiamo permetterci di escludere o cacciare nessuno. Per una volta, proviamo ad andare a parlare con quel ragazzo che, al parco, vuole venderci i libri: potrà essere bello conoscere la sua storia».

Nonna, perché il mio papà fatica a salutare il papà di Mohamed?

«Quello che non si conosce spesso spaventa», sottolinea Emilia Ropa. «Suggeriamo ai nostri bambini di provare a pensare ai compagni con i quali giocano un po’ meno. Cosa spaventa più di loro? Forse il fatto che si conoscono poco o, semplicemente, che hanno abitudini diverse dalle nostre. Legittimo. Mentre si indaga, si scopre che, toh!, anche noi siamo strani per loro. Se Mohamed è un nostro amico, organizziamo una merenda in famiglia affinché il suo papà si possa incontrare con il nostro. Nel frattempo, facciamo notare al nostro, tifosissimo di calcio, quanti calciatori di nazionalità diverse giocano amichevolmente insieme nella sua squadra del cuore».

Nonno, perché in quei posti è tutto distrutto?

La sete di potere, il desiderio di dominare l’altro, di essere il più forte fa parte della natura dell’uomo. «Pensiamo, ad esempio, ai videogiochi o a certi cartoni animati», sottolinea l’educatrice. «La storia è piena di guerre costate la vita a tantissime persone innocenti. Guerre che, il più delle volte, non hanno risolto il problema per cui sono sorte. La guerra non è soltanto un fatto di armi. Può, anzi, subentrare anche nel nostro piccolo ogni volta che siamo prepotenti con un amico, ogni volta che ci rifiutiamo di vedere e ascoltare cosa chiede l’altro e pretendiamo, anzi, di avere tutto quello che vogliamo, costi quel che costi. È anche vero, però, che più forte della guerra sono la pace e l’amore che nascono dal riconoscere la bellezza e il valore dell’altro. E allora ai nostri figli diciamo così: “Quando vedete solo il brutto dell’altro chiedete aiuto a mamma e a papà o anche ai nonni. Insieme potremo trovare un altro punto di vista”».

di Chiara Amati

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