È caduto! E adesso, cosa è meglio fare?

È caduto! E adesso, cosa è meglio fare?

Il più delle volte finisce tutto con un po’ di lacrime, un bacio sulla ‘bua’ e un cerotto. Ma se si tratta di una caduta più importante, come regolarsi? Si può aspettare per vedere se il dolore passa da sé o è meglio verificare subito che non ci sia niente di rotto?  

È caduto! E adesso, cosa è meglio fare?

<<Un inciampo durante una corsetta in libertà, un piede in fallo su un attrezzo del parco, una scivolata da un gioco in spiaggia ed ecco che il bimbo fa un bel ruzzolone! Che fare?
“Se il bambino è caduto accidentalmente, il comportamento da adottare di fronte dipende da una serie di variabili<<, premette Pasquale Farsetti, ortopedico, Professore Ordinario dell’Università di Roma “Tor Vergata”, membro del Consiglio Direttivo SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia) e Presidente SITOP (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia Pediatrica).

Le variabili da considerare

Il tipo di trauma: un conto se il piccolo è caduto da un gioco basso o è scivolato mentre camminava, un conto è un ‘volo’ dall’alto dello scivolo.
Se l’abbiamo visto o no mentre cadeva: se abbiamo assistito in diretta a quel che è successo, possiamo avere un’idea più precisa di quale possa essere l’entità del problema rispetto a una caduta che il bimbo ci riferisce piangendo o che ci racconta un amichetto con le sue parole.
Dove si è fatto male: la maggior parte delle cadute coinvolge gli arti, in particolare quelli superiori, e nella maggior parte dei casi non succede nulla di serio. Più rari sono i traumi che interessano la colonna vertebrale o la testa, ma se la caduta si verifica da una certa altezza (un mobile, una scala, un gioco alto) è sempre consigliabile portare il bambino in ospedale.
L’età del bambino: se piccolo, di 2-4 anni, collabora pochissimo, quindi possiamo ricavare più informazioni da ciò che fa piuttosto che da ciò che ci riferisce. Con uno più grandicello, invece, sarà più facile farci raccontare che cosa è successo (se non lo abbiamo visto noi direttamente), dove e quanto gli fa male.

I segnali per capire come agire

Una volta considerate tutte le variabili, come si fa a valutare l’entità del problema?
Ci sono alcuni segnali che possono aiutare il genitore a capire se si tratta di qualcosa di lieve, che non richiede l’intervento medico, o se è meglio consultare subito un esperto.
Il pianto è inconsolabile? Subito dopo una caduta è facile che il bambino si metta a piangere, ma dopo un po’ generalmente si distrae e tutto passa. Se invece il trauma è stato più intenso, non si riesce a farlo smettere, neanche se si cerca di distrarlo o consolarlo.
Può fare dei movimenti con l’arto coinvolto? Se è caduto e si è fatto male a un braccio, osserviamo se riesce a compiere in autonomia dei movimenti; se è coinvolta una gamba, valutiamo se si rimette da solo in piedi, se riesce a camminare, anche se zoppicando un po’. <<In tutti i casi, però, non dobbiamo essere noi a muovergli l’arto o a metterlo in piedi per forza nel tentativo di capire cosa è successo. Operazioni maldestre, oltre a provocargli ancor più dolore, potrebbero peggiorare la situazione>>, sottolinea Farsetti.
La zona appare tanto gonfia? Dopo una caduta, è normale che questo avvenga, ma se la tumefazione è importante è meglio far visitare il bambino.
Ci sono deformità? È la situazione che lascia meno dubbi in assoluto: se c’è una frattura scomposta, si vede chiaramente una deformità dell’arto causata dallo spostamento dei frammenti della frattura.<<Se sono presenti alcuni di questi segnali e si valuta quindi che è opportuno far vedere il bambino da un medico, la cosa migliore è recarsi direttamente a un pronto soccorso, meglio ancora se pediatrico>>, suggerisce l’ortopedico. <<Il pediatra, ammesso che sia raggiungibile in tempi rapidi, potrebbe aiutare ad interpretare certi segnali, ma la certezza della diagnosi si può avere solo facendo indagini strumentali, in primis una radiografia, che si possono effettuare solo in ospedale>>.

È caduto: cosa fare per dargli sollievo

Una volta esclusi segnali gravi e capito che il trauma può essere curato a casa, come alleviare il dolore e favorire la guarigione?
Riposo sempre. È la prima regola fondamentale per favorire la ripresa della funzionalità della zona colpita. Se si tratta di un arto superiore, lo si può tenere fermo con un foulard allacciato al collo; se è coinvolto un arto inferiore, sarebbe opportuno limitare la deambulazione e tenere sollevata la gamba per quanto possibile, ad esempio appoggiandola su un cuscino posto su una sedia.
Ghiaccio più volte al giorno. Ha un ottimo effetto antidolorifico. In più, ha un’azione vasocostrittrice che limita la comparsa di ematomi. <<Perché sia efficace, il ghiaccio va applicato il più presto possibile dopo il trauma e poi riapplicato anche più volte al giorno per 15-20 minuti per volta, facendo attenzione a non metterlo direttamente a contatto con la cute, che potrebbe ustionarsi>>, raccomanda Pasquale Farsetti. <<In farmacia sono disponibili prodotti specifici. In mancanza di questi, si può utilizzare il ghiaccio del freezer, avendo l’accortezza di avvolgerlo in un canovaccio e di controllare di tanto in tanto che la cute non si arrossi più di tanto. Utile, quando si è fuori casa, il ghiaccio istantaneo, che si attiva premendo con forza il sacchetto e assicura un effetto freddo per una quindicina di minuti>>.
Pomate: meglio di no. Generalmente nei traumi non hanno una grande efficacia, soprattutto nelle fasi acute, pertanto non vengono consigliate.
Antidolorifico se necessario. Per calmare il dolore, soprattutto nei primissimi giorni, si può somministrare al bambino del paracetamolo o dell’ibuprofene, nei dosaggi consigliati dal pediatra.

E se ha battuto il capo?

Un colpo alla testa desta sempre qualche preoccupazione in più: nella maggior parte dei casi si risolve con un brutto spavento e un bel bernoccolo. Ma come fare a capirlo?
I segnali da controllare subito. <<Come per il resto del corpo, occorre valutare che tipo di caduta ha avuto il bambino, da quale altezza, quanto è stato violento l’impatto>>, sottolinea Farsetti. <<In più, occorre prestare attenzione a certi campanelli d’allarme che potrebbero comparire dopo il trauma, come vomito,  stato confusionale, mal di testa, fuoriuscita di sangue dall’orecchio o dal naso, perdita di coscienza. In questi casi è bene portare subito il bambino a un pronto soccorso, dove verrà sottoposto anche a visita neurologica>>.
Una sorveglianza attiva nelle 24 ore. Anche se subito dopo la botta il bambino sembra stare bene, per precauzione è consigliabile tenerlo sotto osservazione durante la giornata, perché eventuali sintomi potrebbero comparire anche a distanza di qualche ora. Se il trauma si è verificato di sera e il bambino si addormenta, si consiglia di svegliarlo ogni 3-4 ore per verificare che risponda normalmente agli stimoli.

Spesso è solo una contusione

La conseguenza più frequente e per fortuna più banale di una caduta è la contusione, vale a dire la classica ‘botta’ che non provoca fratture o lesioni dei tessuti molli, come tendini e legamenti, ma solo una lesione vascolare, ossia una rottura di piccoli vasi sanguigni che danno luogo alla formazione della cosiddetta ecchimosi (se il versamento emorragico è più cospicuo, si parla invece di ematoma). Quel che si vede all’esterno è il classico livido, che nei primi giorni appare rosso, poi diventa viola-bluastro e, verso la risoluzione, di colore verde/giallo. Le contusioni possono tranquillamente essere gestite a casa, con il riposo, l’applicazione del ghiaccio ed eventualmente la somministrazione di antidolorifici. Una diagnosi certa tuttavia, soprattutto se c’è molto gonfiore, si può avere solo con una visita specialistica o un esame radiografico.

Gesso sì, gesso no

Se la radiografia evidenzia che è presente una frattura, è sempre necessario ricorrere al gesso? <<Con un bambino in genere è la soluzione migliore, perché il gesso non può essere rimosso, quindi si ha la certezza che venga portato in modo ottimale>>, risponde l’ortopedico. <<A differenza di un tutore, che il piccolo potrebbe imparare a rimuovere da sé (o convincere la mamma a toglierlo ogni tanto) e riposizionare in modo non corretto o per tempi ridotti, vanificando la sua efficacia e rischiando anche di scomporre una frattura composta>>.
Le tipologie di gesso sono due:
*sintetico:molto più leggero rispetto a quello classico, viene utilizzato quando la frattura è composta, cioè quando è presente un’interruzione della continuità dell’osso (come in tutte le fratture), ma senza modificazioni dell’allineamento dell’osso interessato.
*classico: è più pesante rispetto al primo tipo, ma presenta il vantaggio di essere modellabile. Proprio per questo si preferisce in caso di frattura scomposta, per immobilizzare l’arto dopo aver riallineato la frattura stessa, un’operazione che di solito richiede una sedazione o addirittura un’anestesia generale.

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di Martina Pizzimenti

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