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Non vuole mai perdere? Aiutiamolo con amore

Non vuole mai perdere? Aiutiamolo con amore

Quando gioca, lui (o lei) non vuole mai perdere. E, quando capita, si arrabbia, piange, strepita, diventa aggressivo. Qual è il problema? “Ogni bimbo ha la sua personalità, sulla quale si innesta quello che via via apprende nel corso della vita”, afferma la dottoressa Daniela Bavestrello, psicologa e psicoterapeuta. “Vincere è gratificante, ma gli eccessi di insofferenza, in caso di sconfitta, possono mascherare paure o angosce anche profonde. Dipende da molti aspetti”.

I più piccoli pensano solo a se stessi

Quando il bimbo è piccolo, “diciamo intorno ai 3-4 anni, non possiede il senso della condivisione con gli altri e declina tutto in prima persona. Sente che l’universo gli appartiene e, nell’attesa di diventare un animale sociale, di comprendere che non esiste solo l’aggettivo ‘mio’, dà libero sfogo al suo istinto predatorio“. Dunque, se vuole sempre vincere, non c’è da preoccuparsi. L’educazione è un percorso a tappe e con il tempo il mini despota imparerà ad accettare le sue piccole sconfitte quotidiane.

Dai 4 anni la sconfitta fa parte del gioco

“A partire dai 4-5 anni, se il piccolo è socializzato, se frequenta l’asilo e in famiglia l’hanno indirizzato verso la condivisione, impara a comprendere che per conquistare qualcosa è necessario mettere in campo un comportamento adeguato, una strategia“, sostiene la dottoressa Bavestrello. “Se in questa fase persiste nel voler vincere a tutti i costi, noi come genitori dobbiamo comprendere dove sta il buco. Che cosa gli provoca l’ansia della sconfitta. A volte possiamo ritenere che le sue lagnanze siano solo un capriccio: nel caso, la nostra educazione è stata un po’ lacunosa. Ma in questo modo il bimbo può esprimere anche una carenza strutturale. Perdere in un gioco, per lui, potrebbe significare perdere una parte di sé: stima, affetto, l’amore dei genitori. In questo caso, deve suonare un campanello d’allarme“.

Quando fa la scenata? Qualche volta

Se la reazione più o meno rabbiosa del piccolo dopo un insuccesso è estemporanea, “può significare che su quell’oggetto, su quel gioco, ha investito molto, forse troppo”, afferma la psicologa. “Sta a noi spiegargli che non tutto è perduto, trovare un modo per consolarlo – ammesso che accetti di essere consolato – o per accompagnarlo in questo piccolo percorso di dolore. Facciamogli prendere un bel respiro, calmiamolo, spingiamolo ad accettare la frustrazione derivante dalla sconfitta”. Si cresce (tanto) anche così.

Quando fa la scenata? Sempre

Ma se la reazione non è estemporanea, il problema si pone, eccome. “Significa che sta costruendosi un mondo in cui il dolore non è dentro di sé, ma si appoggia a oggetti esterni. La causa? Potrebbe essere un trauma vissuto in famiglia – la morte del nonno, per esempio – o altri elementi estranei al nucleo familiare. Questa è l’occasione, per noi genitori, di riprendere il filo dell’amore per tessere intorno a lui una rete di protezione“. Il bambino che fa una scenata ogni volta che perde, che ruba il pallone dell’amico, che bara nel gioco per vincere sempre, “in realtà sta manifestando un disagio profondo. L’oggetto per lui ha acquisito una funzione di rappresentazione, vale tanto quanto la mamma, se non di più. È chiaro che c’è qualcosa che non va”. Come intervenire?

“Quando ce ne accorgiamo, dobbiamo avere il coraggio di non prendercela con lui. Magari possiamo fare una chiacchierata con uno psicoterapeuta, che ci aiuti a escogitare una strategia per superare il problema”, prosegue la dottoressa Bavestrello. “Il bambino sta costruendosi una strada tutta sua, alternativa al percorso pensato dai genitori: bisogna intervenire al più presto, dunque, reindirizzandolo nella giusta direzione. Il piccolo deve comprendere che si può perdere in un gioco, o smarrire qualcosa o qualcuno, ma lui sarà amato sempre, a prescindere”. Comunque vada – vittoria o sconfitta – l’affetto di mamma e papà non è mai in discussione.

Fulvio Bertamini

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