Bambini e natura, stare fuori è bellissimo | Insieme in famiglia
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Bambini e natura, stare fuori è bellissimo

Bambini e natura, stare fuori è bellissimo

Il rapporto fra bambini e natura è un grande albero rigoglioso che dà molti frutti. Peccato che oggi la piantina sia gracile e stenti ad aiutare i nostri piccoli a crescere in maniera sana ed equilibrata. Sono mille i fattori di disturbo: dall’ambiente urbano cementificato e inquinato che impedisce questo incontro e alimenta mille paure, spesso ingiustificate, alla preponderanza delle esperienze “dentro”: case, scuole, palestre, piscine, schermi, reti, orari, schemi. Una vita condizionata sin da piccoli, legata a troppe scadenze e drogata da troppi impulsi, foriera di stress e ansie assortite.

Un binomio straordinario

E invece, «pensare a un’educazione naturale, intesa sia come educazione che individua nel fuori una dimensione privilegiata delle esperienze di crescita e di apprendimento, sia come educazione che si propone di essere vicina e congeniale alle modalità di ricercare e conoscere di bambini e ragazzi, è questione pedagogica di rilievo». Parole di Monica Guerra, curatrice del saggio “Fuori. Suggestioni nell’incontro tra educazione e natura” (FrancoAngeli, 211 pagine, 25 euro). Un lavoro molto ricco, costruito come un concerto di saperi, articolato cioè in una serie di saggi scritti, fra gli altri, da pedagogisti e filosofi, scrittori e giornalisti, agronomi e giardinieri, antropologi e architetti, psicologi e insegnanti che, partendo da una parola chiave assegnata come stimolo – radici, gioco, rischio, contemplazione, cammino, silenzio, bellezza, lentezza – propongono riflessioni basate sulle proprie conoscenze ed esplorano “le molte possibilità che il binomio educazione-natura permette”.

Bambini e natura

In effetti la lettura del saggio apre orizzonti sorprendenti. Scrive in “Distanze” Claudia Ottella: «La società attuale è strana. Da un lato mette fretta ai bambini: li spinge a bruciare le tappe nella convinzione che debbano costruirsi un ‘database’ interiore di conoscenze pratiche e teoriche», moltiplicando proposte, «rivolte anche ai piccolissimi, di corsi di musica, lingue straniere, danza e mille altre opzioni». Dall’altro lato «li considera non ancora capaci di fare ed essere, sostituendosi a loro nel compiere molte azioni in nome della sicurezza a tutti i costi». E questo cosa c’entra con la natura? C’entra eccome: «Una solida educazione e la capacità di porsi in relazione con il mondo hanno come fondamento gli istinti, le esperienze, la possibilità di esplorare». Processi che l’habitat naturale può facilitare: «I bambini hanno bisogno di esperienze in natura perché li aiutano a sviluppare il buon senso, la persistenza, il coraggio, la resilienza e la fiducia in se stessi». Per noi genitori significa riscoprire la capacità di essere disponibili alle fughe del nostro piccolo, liberarlo dagli arresti domiciliari e scolastici, non confondendo più l’affetto amorevole con l’ossessiva vicinanza fisica.

Quando la natura latita

Certo, la campagna è sempre più lontana dai nostri orizzonti, e anche i boschi, le colline, le montagne. Nonostante molte esperienze didattiche, di scuole e classi all’aperto o addirittura nelle foreste, abbiano chiarito l’importanza di questa vicinanza per lo sviluppo equilibrato dei bimbi. Come scrive Lorenzo Vascotto nel capitolo “Rischio”, «diverse ricerche e studi d’oltreoceano (…) hanno da tempo dimostrato che una scarsa frequentazione degli spazi naturali da parte dei bambini può essere un fattore determinante per l’instaurarsi di una serie di disturbi e difficoltà, quali ad esempio deficit di attenzione, ansia, stress, iperattività, problemi di salute legati all’obesità, alla circolazione, alla coordinazione dei movimenti e altro ancora».

Camminare nella natura

Prendiamo la vecchia, cara pratica del camminare. Siamo nati per farlo – in gran parte dell’Africa e in molte zone dell’Asia ci si sposta ancora a piedi – eppure «oggi è sempre più difficile praticare questa esperienza basica, universale, intrinsecamente umana e naturale», scrive Francesca Ciabotti nel capitolo “Cammino”. Un’attività in declino, considerata “pericolosa”, soprattutto in città, e «in questa perdita abbiamo trascinato i bambini». Un vero peccato, perché passeggiare nella natura allena tutti i sensi – a cominciare dallo sguardo, che nei bimbi, si sa, è particolarmente acuto – rappresenta cioè una vera e propria “iperstimolazione percettiva, preziosa occasione per conoscere il mondo”. E per imparare anche l’importanza del silenzio, come scrive Flaminia Raiteri, «quello di chi pensa e si concentra, (quello) di chi ascolta e (…) di chi si sta godendo tutto il suo respiro». E poi, sottolinea Barbara Zoccatelli, questa esperienza ci pone di fronte alla bellezza, alla capacità di meravigliarci di fronte allo splendore di un bosco, di una cima innevata, di un prato fiorito. E ci educa alla lentezza, che è un aspetto importante del prendersi cura. Una pratica che “esige coerenza, pazienza”, come scrive Alex Corlazzoli, insegnante: «All’inizio di ogni anno scolastico do un compito ai miei ragazzi: portare una pianta a scuola. Quando scrivono sul diario la bizzarra richiesta del maestro restano sorpresi. Chiedo loro di prendersi cura di quella pianta proprio come dovrebbero prendersi cura dei compagni di banco. Un atto che non conosce frenesia». E nella cura si crea quel rapporto che si può definire legame, che arricchisce le persone di ogni età. Cura, lentezza, silenzio, bellezza, cammino, distanze, radici: quanti elementi entrano in gioco nell’incontro fra educazione e natura. Vale la pena fermarsi un attimo, mettersi comodi in poltrona allungando le gambe, come suggeriva Italo Calvino in “Se una notte d’inverno un viaggiatore”, e prendersi il tempo di una lettura. Per rifletterci un po’ su, capire cosa siamo diventati. Cosa rischiamo di far diventare i nostri figli.

Fulvio Bertamini

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