Bambini immunodepressi: anche noi possiamo aiutarli. Così! | Insieme
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Bambini immunodepressi: anche noi possiamo aiutarli. Così!

Bambini immunodepressi: anche noi possiamo aiutarli. Così!

Dopo tante battaglie la mamma di Matteo l’ha spuntata. Suo figlio, che ha otto anni e ha vinto la battaglia contro la leucemia, ha ripreso la scuola. E l’ha fatto dopo che i cinque bambini della sua classe non vaccinati hanno accettato di mettersi in regola. E così hanno reso più sicura la permanenza in classe del loro compagno, ancora debole per via della malattia e delle cure. Il caso del bambino e della scuola di Roma si è risolto per il meglio, con un gesto di collaborazione e inclusione da parte dei compagni. Ma il problema forse non è solo di Matteo. Perché in Italia sono ancora tanti i piccoli che non vengono vaccinati. E, quindi, per gli eventuali bambini immunodepressi o in condizioni di salute fragili, rappresentano un problema.

Copertura vaccinale: una chimera?

«Io sono personalmente a favore delle vaccinazioni. E sono anche convinto che senza l’obbligatorietà non si raggiungerà mai una copertura vaccinale sufficiente per proteggerci dalle malattie». A spiegarlo a margine di questa storia è Italo Farnetani, professore ordinario di pediatria presso Ludes di Malta . Che seguita: «Lo dimostra il fatto che il vaccino del morbillo esiste da più di quarant’anni in Italia. Nonostante ciò, non si è mai riusciti a ottenere una copertura vaccinale sufficiente (pari ad almeno il 95 per cento) per poter bloccare la malattia». Una posizione chiara, che eviterebbe problemi come quelli di Matteo. A fronte di una situazione più fluida, però, abbiamo chiesto all’esperto se esistono delle azioni da compiere per favorire il rientro a scuola di bambini che sono fragili, perché hanno avuto problemi dì di salute. Ci ha fornito delle regole, adatte ai piccoli in condizioni delicate. In realtà perfette anche per bambini e adulti senza particolari problemi di salute. Eccole.

Proroga vacciniE' finita la pacchia

Laviamoci le mani!

Punto primo. Dopo l’aria che respiriamo, la seconda situazione più a rischio per la salute sono le mani. Il motivo? Possono essere veicolo di contatto con germi di vario genere. «Bisogna far lavare le mani ai bambini in maniera costante e precisa», spiega Farnetani. Una lavata di mani deve durare almeno trenta secondi. Va fatta sotto l’acqua corrente. Bisogna insegnare ai piccoli a lavarsi anche i polsi e il dorso della mano. È sempre meglio usare saponi liquidi e salviette monouso. Poi bene chiudere i rubinetti con lo stesso asciugamano con cui ci siamo asciugati le mani. O, se si tratta di salviettine di carta, usarne un’altra».

Occhio ai giocattoli

Sul fronte dell’igiene, a casa come a scuola, vanno puliti i giocattoli che vengono usati dai bambini. Per quelli di casa, secondo il professor Farnetani basta un lavaggio alla settimana. Per quelli scolastici, quindi di uso comune, ne serve uno quotidiano.

In caso di secrezioni

La terza precauzione riguarda il caso in cui una o più persone a contatto con i bambini immunodepressi abbia raffreddore o congiuntivite. Quando ci sono secrezioni, come in questi due casi, infatti, è molto facile contrarre infezioni. Per evitare che accada, conviene stare attenti ai fazzoletti e alle cose che toccano queste secrezioni. «Bisogna lavarsi e igienizzare i piani che vengono toccati dalle mani della persona malata», insiste il pediatra. Ancora si devono lavare con particolare cura le suppellettili. E occorre stare attenti alla tastiera dei computer, ai telefonini, ai campanelli. Soprattutto si devono buttare via i fazzoletti dopo l’uso».

Bambini immunodepressi in società

Quarto punto: la frequentazione di compagni di scuola o gioco. «Anche se a rischio, i bambini immunodepressi devono stare in mezzo ai coetanei, perché non si può pensare di farli crescere in isolamento. Altrimenti quello che si guadagna in salute si perde in termini di sviluppo psicologico», insiste Farnetani. Certo, conviene che questi incontri avvengano in luoghi aperti, magari al parco pubblico o in giardino, piuttosto che in luoghi chiusi».

All’aperto è meglio

Infine, per i luoghi chiusi, il suggerimento è quello di lasciare aperte le finestre di casa. Ma anche quelle di scuola per un tempo abbastanza lungo, intorno ai 45 minuti, così da garantire un sufficiente ricambio d’aria.

di Caterina Belloni

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