Bimbi e digitale, c'è un mondo da capire | Insieme in famiglia

Bimbi e digitale, c’è un mondo da capire

Bimbi e digitale, c'è un mondo da capire

Siamo confusi, intimoriti, distratti, fondamentalmente agnostici. E non abbiamo ancora compreso che il digitale per i nostri figli non è solo un linguaggio, uno strumento, un codice, ma soprattutto un elemento identitario. Lo ha chiarito su Quimamme il professor Paolo Ferri, docente di Tecnologia per la didattica presso l’Università di Milano-Bicocca. Ed è stato ribadito, ieri, sempre a Milano, nel corso di un convegno di Social Media Week, evento sulla comunicazione che si tiene in contemporanea in 6 continenti, quest’anno centrato proprio sulla “Tecnologia invisibile“.

Già il titolo dell’incontro (“Sweet Child of Minecraft: è possibile un rapporto costruttivo fra bambini e mondo digitale?”), con la sua formula dubitativa, esprimeva bene le nostre incertezze di fronte all’unica rivoluzione vincente del XX secolo. Che sta cambiando la testa, le attitudini, le abilità dei nostri bambini. Come ha sintetizzato bene Jolanda Restano di Fattore Mamma, “per loro non c’è differenza fra realtà e digitale: è tutta vita, e basta. Una condizione che per noi genitori rappresenta una bella sfida”. Ma sarebbe meglio dire: un impegno titanico. Una fatica di Sisifo.

Già, perché nella migliore delle ipotesi papà e mamma esprimono una cultura “anfibia”, come la definirebbe Ferri, formatasi in parte sulla carta e solo in parte sul web. E anche i più avveduti e sensibili al tema devono colmare un gap con le nuove generazioni, navigando in mare aperto. “Frequento spesso le scuole e parlo molto con i genitori”, prosegue Restano, “e sicuramente ho notato, nell’ultimo decennio, come sia cambiato il loro atteggiamento. Un tempo, o demonizzavano le nuove tecnologie, o le ignoravano totalmente. Oggi c’è maggiore consapevolezza, si fa strada sempre di più l’esigenza di accompagnare i bambini nel loro approccio ai new media. Il punto è proprio questo: come insegniamo loro ad attraversare la strada in sicurezza, allo stesso modo dobbiamo spingerli a un uso creativo di questi strumenti”.

Una tendenza che è già in atto, secondo Giuliana Laurita, coordinatrice del master in Social Media dello Ied, l’Istituto europeo di design: “Forse il mio è un osservatorio privilegiato”, ha sottolineato, “ma ho notato una crescita di interesse nelle potenzialità progettuali delle nuove tecnologie. A casa mia, poi, è coltivata la passione per coderdojo“, movimento globale senza scopi di lucro che si occupa di istituire club e organizzare incontri per insegnare ai giovani a programmare. “Un’attività che, oltretutto, si sposa benissimo anche con la pratica sportiva“. Mens sana in corpore sano: una non esclude l’altro. “E comunque la corsa del digitale, ormai, è irrefrenabile“, ha aggiunto Manuele Di Mattia, manager di Samsung Electronics Italia, “come dimostrano anche certi cambiamenti nel costume. Un tempo, in ambiente scolastico, il ragazzo che si isolava dal gruppo dei pari per sgobbare sui libri veniva bollato con l’epiteto dispregiativo di secchione, o di nerd. Oggi, invece, essere un piccolo genio della tecnologia è molto cool“, cioè “figo”, con rispetto parlando. Del resto, anche il nostro linguaggio si deve adattare al nuovo che avanza (e un po’ ci travolge).

Qui però finisce il mondo di Alice. Perché ovviamente, nell’attesa che si manifestino in pieno le magnifiche sorti e progressive delle nuove tecnologie, leopardianamente dobbiamo misurarci con la realtà, che non è ancora così entusiasmante. La famiglia, sul tema, fa quel che può e per ora non è molto se, come ha come ricordato Restano, “c’è la tendenza a usare la tecnologia come una baby-sitter – il tablet dopo il televisore, ma la zuppa è quella, ndr – e la dipendenza da smartphone non riguarda solo i bambini, ma anche i genitori“, come chiunque è in grado di comprendere alzando la testa dal suo telefonino e osservando l’umanità che lo circonda. E come ha chiarito uno studio internazionale, ha aggiunto Restano, “in base al quale 1 genitore su 4 ha ammesso di non essersi accorto che suo figlio stava correndo un pericolo perché, mentre il rischio incombeva sul piccolo, era distratto dall’uso del cellulare”.

Un’altra lacuna, evidenziata sempre dalla blogger dall’alto della sua esperienza (è mamma di 3 figli), “è la difficoltà a fissare delle regole precise nell’uso dei new media. Un’incertezza che non dovremmo avere. Né dobbiamo porci il problema di violare la privacy dei nostri bambini, nel caso. I ragazzi vanno sempre osservati, seguiti, accompagnati nel loro approccio al web”. Ma quali paletti è utile porre? “Consiglio di leggere il contratto che una madre americana ha fatto firmare al figlio prima di regalargli uno smartphone e che ha ormai fatto il giro della rete. Mi sembra molto efficace”.

Anche le fobie sono sempre controproducenti. “C’è chi vieta ai figli di navigare su Internet, e così facendo, in realtà, lo consegna letteralmente in pasto alla rete”, ha affemato Giuliana Laurita. “Poi c’è chi è terrorizzato dal bullismo, oggi così di moda nella sua versione cyber, in realtà fenomeno molto concreto e fisico, che non nasce sul web, ma nei bagni delle scuole”. Analogo discorso riguarda i timori di un eccessivo isolamento del bimbo, se tende a sprofondare per ore dentro tablet e smarphone: “Bisogna capire quando questo atteggiamento è dovuto alla passione per un giochino e quando invece esprime un autentico disagio, un’esigenza di fuga. In questi casi, il problema sta altrove e la tecnologia non c’entra”. Anzi, ha il merito di evidenziare il malessere.

Se la famiglia, inevitabilmente, arranca dietro ai new media, la scuola – l’altra agenzia educativa per eccellenza – proprio non li considera. E questo è molto più grave. “C’è un vero e proprio abisso fra la realtà dei nostri ragazzi al di fuori della classe e gli insegnamenti scolastici”, sostiene Laurita. “Com’è possibile, oggi, limitare lo studio della geografia a un libro di 400 pagine, che magari pesa diversi chili, tutti caricati sulla schiena del nostro bambino, dentro il suo zainetto, quando sul web c’è un mondo di immagini, filmati, informazioni a disposizione molto più completi e attraenti?”. Ed è solo un esempio. I bimbi e i ragazzini parlano un linguaggio che utilizza altri codici. E la scuola, purtroppo, non è minimamente in grado di intercettarli.

La resa plastica di questa distanza – ma la dimostrazione, anche, che niente è impossibile – sta in un episodio narrato da Jolanda Restano, avvenuto in un liceo di Bergamo: “Lezione di latino, l’insegnante aveva assegnato come compito una narrazione legata alla mitologia. E uno studente, geniale, ha presentato un lavoro, molto efficace ed esaustivo, realizzato utilizzando il videogioco Minecraft!”. Eccola, la creatività in campo. Che dire? Il ragazzo, qui, si è comportato come Maometto: vista l’inerzia della scuola-montagna, ha calzato un bel paio di pedule e, non senza fatica, ha raggiunto la vetta. L’ideale sarebbe non costringerlo a fare tutti questi sforzi per essere compreso e apprezzato. E non relegare la mitologia, o la geografia, in armadi polverosi, coperti di ragnatele, che nessun bambino si sognerebbe mai di aprire.

Fulvio Bertamini

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