Genitori: tutto quello che hanno da imparare | Insieme
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Genitori: tutto quello che hanno da imparare

Proviamo a metterci nei panni dei bambini, a guardare il mondo con i loro occhi: ne saremo sorpresi. E sarà più facile capirne le esigenze e aiutarli a crescere serenamente

Genitori: tutto quello che hanno da imparare

Capita spesso di spiegare a un bambino come funziona il mondo. Secondo noi, naturalmente. È giusto: siamo i suoi educatori, è il nostro compito. Ma capita molto di rado che gli si chieda di spiegarci come funziona il mondo secondo lui. Questo, forse, non è del tutto giusto: prima di tutto perché è sempre bene dare spazio alle differenze, poi perché, guardando la vita dal suo punto di vista, lo capiremmo di più, e quindi saremmo anche in grado di educarlo meglio. Ne parliamo con Rosanna Schiralli, psicologa e psicoterapeuta, direttore scientifico del Festival Nazionale dell’Educazione, che su questo argomento, insieme a Ulisse Mariani, psicoterapeuta, ha scritto un libro dal titolo interessante: I miei genitori crescono bene (Mondadori, euro 11,90), in cui la voce narrante è proprio quella di un bambino. «Sono pochi gli adulti che si mettono nei panni dei piccoli», esordisce la psicologa. «Proprio per questo, dopo anni di esperienza clinica come psicoterapeuta, ho voluto provarci: per dare voce a chi non ce l’ha, per spiegare le sue esigenze. Perché quando chiedo a un bambino che cosa lo fa arrabbiare di più, nel 99% dei casi la risposta è: ‘Quando mamma e papà fanno finta di ascoltarmi e io vedo che non è vero’. Spesso il bambino è così poco abituato a sentirsi ascoltato che, nelle sedute di terapia, è stupito che io lo stia a sentire». Abbiamo chiesto alla psicologa di immaginare le riflessioni di un bambino su alcuni aspetti importanti della vita quotidiana, per provare a dare voce alle sue sensazioni e ai suoi pareri, e di commentarle insieme. Ascoltiamolo, questo bambino: parla di cibo, di compiti, di tempo… E forse a volte ci sorprenderà!

Ai genitori cosa direbbe un bambino…

… del cibo. «La mamma crede che io sia così stupido da mangiare tutto soltanto perché lei mi permette di vedere i miei cartoni preferiti. In realtà sono io che l’ho condizionata a concedermi ciò che voglio, se solo apro la bocca». «Si tratta di un meccanismo in cui cadono, in buona fede, moltissime mamme che, pur di far mangiare il bambino, gli promettono un premio dopo l’altro», commenta Schiralli.  «Ma, così facendo, si instaura un meccanismo da ‘braccio di ferro’. Quando, alla terza ricompensa proposta, la mamma ottiene che il piccolo finisca tutto quello che ha nel piatto, crede di aver trovato l’escamotage… ma in questo modo il bambino non ha capito che gli fa bene mangiare. Anzi, se guarda i cartoni non si accorge nemmeno di farlo. Ha compreso invece che, se agirà con furbizia, otterrà sempre ciò che vuole. Quindi mangerà soltanto quando il premio promesso coinciderà con quello che lui desidera. Alla fine, a ben vedere, è lui che conduce il gioco. Non lo fa con malizia, è solo che questa dinamica lo induce a comportarsi così». Come fare, allora, perché il piccolo instauri un buon rapporto con il cibo? «La formula è: meno ansia e più relazione», risponde Schiralli. «Non preoccuparsi che lui possa ‘morire di fame’ e, invece, fargli rispettare gli orari dei pasti, vivendoli come momenti per stare insieme. Insomma, niente premi, niente distrazioni, ma più sorrisi e ascolto reciproco: così il piccolo entra veramente in contatto con il cibo e con chi lo condivide».

Menage familiareOttimizzalo così

… dei compiti

«Quando la mamma dice: ‘Oggi abbiamo un sacco di compiti da fare’, mi confondo. Non capisco che cosa devo fare io e che cosa lei. E mi passa la voglia di impegnarmi». «Oggi, più che in passato, tanti genitori tendono a organizzare gli impegni del figlio, invece di insegnargli a organizzarsi da solo», dice l’esperta. «Certo, lo fanno per aiutarlo, e per non farlo sbagliare. Ma dimenticano che sbagliando s’impara. È solo provando, fallendo, riprovando che un bambino diventa più autonomo. Fare i compiti al suo posto instaura, invece, un meccanismo di delega che, oltre a non farlo crescere, lo demotiva. Il ragazzino finisce per studiare non per sé, ma per fare un favore ai genitori. E lo fa sempre meno volentieri. È di certo positivo stargli accanto, e lui ne ha bisogno, ma un atteggiamento più attento alle sue esigenze profonde sarebbe quello di dirgli: ‘Tu fai i compiti, io faccio altro, ma se hai bisogno ti do una mano’. In questo modo il genitore rimane a fianco del figlio e, intanto, promuove la sua indipendenza».

… del tempo

«Fino a poco tempo fa ero convinto di chiamarmi ‘Sbrigati’ per quante volte i miei genitori me lo ripetono! Ma se mi fanno sempre correre e mi programmano tutta la giornata, io non assaporo niente. Se poi capita di dover stare fermo, mi viene l’ansia». «Noi adulti passiamo freneticamente da un’attività all’altra», considera la psicologa. «Ma i bambini non sono abituati alla costante produzione di cortisolo (l’ormone dello stress) che questa modalità comporta. E non hanno l’interruttore: non possono correre e poi fermarsi di colpo a piacimento dei grandi. È naturale e sano che si ribellino e ‘non ci stiano’. È una questione fisiologica: il cervello dei piccoli non è ancora pronto per sostenere ritmi serrati. Anzi, i bambini hanno bisogno di tempi ‘fermi’ e, addirittura, di noia. È nella natura umana e i bambini ce lo ricordano: nei momenti di calma ci ricarichiamo, nei momenti di quiescenza la fantasia trova spazio per attivarsi e ci arrivano le migliori intuizioni. Se noi genitori ascoltiamo i bambini, scopriremo che spesso per loro l’importante non è ‘fare’ qualcosa, ma ‘stare’ insieme. Anche senza fare niente, nella calma».

di Elisabetta Zamberlan

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