In vacanza da solo: sarà pronto per l'avventura?

In vacanza da solo: sarà pronto per l’avventura?

In attesa di partire con mamma e papà, il campus estivo può essere una buona soluzione e un’opportunità di crescita per il bambino. Ecco cosa valutare e come favorire i suoi primi passi verso l’autonomia

In vacanza da solo: sarà pronto per l'avventura?

In realtà non c’è un’età precisa allo scattare della quale il piccolo possa dirsi ‘pronto’ per andare in vacanza da solo, senza la presenza rassicurante di mamma e papà.  «Molto dipende dalla storia di quel bambino, dalla sua abilità di gestirsi in autonomia nella distanza e nella separazione da mamma e papà», osserva Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva. «Ci sono bambini estroversi, che si inseriscono nel gruppo dei coetanei con facilità e non hanno problemi a relazionarsi con estranei. E altri, invece, magari più grandicelli, che sono maggiormente intimoriti davanti a situazioni nuove».
Osservare e rispettare i tempi di crescita del proprio bambino è molto importante: come sta quando è nel gruppo dei coetanei? E se si trova con persone nuove? Come affronta il momento dei saluti nelle piccole separazioni quotidiane?
C’è poi un’altra domanda che il genitore dovrebbe sempre porsi: che tipo di allenamento ha ricevuto mio figlio per affrontare questa esperienza? «È vero che oggi i bambini si trovano a vivere il momento del distacco dalla famiglia sempre più precocemente, per esempio andando a dormire a casa dell’amichetto o partecipando a progetti come quello di Scuola Natura, proposto frequentemente dai Comuni ai bambini sin dalla scuola materna», commenta Elena Zighetti, psicopedagogista a Milano. Teoricamente, quindi, anche un bambino di 5 o 6 anni potrebbe misurarsi con una vacanza in piena autonomia.

Dagli 8 anni tutto diventa più facile

«Diciamo, però, che più questa esperienza è precoce, più c’è il rischio che sia negativa, visto che il bambino si trova a dover affrontare contemporaneamente le fatiche pratiche del doversi gestire in autonomia nelle varie mansioni quotidiane (lavarsi, vestirsi…) e le fatiche emotive della distanza da mamma e papà. Tutto questo per lui potrebbe risultare successivo», continua la psicopedagogista. Per i più piccoli, quindi, conviene che la prima vacanza da soli venga programmata preferibilmente con familiari, come i nonni o gli zii, o con altre figure molto vicine al bambino, per esempio i genitori di un amichetto.
«A partire dagli 8 anni,invece, l’esperienza della vacanza in autonomia dovrebbe essere più gestibile e l’adattamento alla situazione nuova – pur mettendo in conto, comunque, eventuali momenti faticosi – dovrebbe avvenire con minori problemi e maggiore facilità».

In vacanza da solo: la giusta “spinta”

L’atteggiamento dei genitori, come sempre, è fondamentale. «È soprattutto da loro che il bambino trae fiducia nelle proprie capacità di poter affrontare questa esperienza, insieme alla convinzione che tutto andrà nel migliore dei modi», sottolinea Pellai. «Quando, al contrario, sono loro i primi a pensare che il proprio figlio non possa farcela – E se poi non sa badare a se stesso? Se non mangia? Se gli manco? -, tanto vale tenerlo a casa».
Per crescere, del resto, sperimentare il distacco è indispensabile. «La vacanza in autonomia è un’ottima opportunità per mettere alla prova le proprie risorse, stringere amicizie, imparare a rapportarsi con adulti al di fuori della famiglia, apprendere cose nuove», sottolinea Zighetti. «Attraverso di essa, il bambino diventa più responsabile e coraggioso, cresce in lui l’interesse a esplorare e scoprire il mondo che lo circonda».

Andare incontro ai suoi desideri

Ma quale tipo di vacanza prediligere per la sua prima voltada solo?«Più il bambino è piccolo e meno allenato alle separazioni da mamma e papà, più è importante che intorno a lui ci siano persone conosciute», risponde Anna Ogliari, professore associato di Psicologia clinica all’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano. «Un campo estivo organizzato dall’oratorio o dall’associazione sportiva che il piccolo frequenta abitualmente, per esempio, può essere l’ideale, perché c’è già familiarità sia con gli altri compagni sia con gli educatori. Se invece il bambino ha uno spiccato interesse verso qualche attività – le esplorazioni nella natura, gli animali, l’astronomia – e chiede espressamente di poter partecipare a un’esperienza specifica, come può essere un soggiorno con il WWF o altre associazioni, allora va bene».
Che il tipo di vacanza sia concordato con il bambino e che risponda veramente ai suoi interessi è un punto chiave per la buona riuscita del soggiorno. Se, per esempio, il piccolo ama sì stare all’aria aperta, ma è poco incline al movimento, sarà meglio non optare per un campus che punta soprattutto sullo sport o su attività come le arrampicate. Insomma, il bambino non va mai forzato: il rischio è che durante la vacanza tenda a isolarsi e a non partecipare alle attività, sentendosi di conseguenza frustrato e a disagio.

Due consigli utili

Visionare con attenzione il curriculum del centro che si intende scegliere è sempre utile: qual  è la sua storia? E la sua mission? Da chi è composto lo staff? Il suggerimento, inoltre, è quello di non esitare a chiedere ulteriori spiegazioni e dettagli. Per esempio, una domanda che è essenziale porre è come vengono organizzati i gruppi in rapporto alla figura di riferimento: la presenza di un animatore ogni 6-8 bambini sarebbe l’ideale. Ma anche come viene pianificata la giornata è un’informazione da conoscere. Occhio infatti ai programmi troppo serrati: tante attività sono senz’altro una bella cosa, ma deve essere lasciato spazio anche per il gioco e il relax, altrimenti che vacanza è?
E per quanto riguarda la durata?«In genere, una settimana – quindi, complessivamente, cinque notti – è ritenuta un tempo gestibile anche da chi è alla sua prima esperienza», osserva Anna Ogliari. «Se poi si sa che il bimbo ha una buona autonomia e sta bene, allora le settimane possono diventare anche due».

Vincere l’ansia da separazione

Durante la villeggiatura, è facile che la mancanza di mamma e papà possa farsi sentire. Quali strategie adottare per sostenerlo a distanza? Innanzitutto, anche in questo caso, è opportuno che il genitore non si faccia prendere dall’ansia, ma trasmetta serenità al bambino, facendolo sentire compreso e riportando la sua attenzione sugli aspetti positivi della vacanza (‘Anche tu mi manchi, ma so che stai facendo cose molto belle’, ‘L’animatore mi ha detto che stai preparando un regalino per noi, è vero?’). Il più delle volte si tratta solo di un momento di disagio, che poi rientra spontaneamente.
E se invece nostro figlio ci chiede di andarlo a prendere? «Può essere utile darsi un po’ di tempo e vedere come evolve la situazione nell’arco di 24 ore», osserva Alberto Pellai. «Una richiesta di questo tipo deve sempre essere mediata dall’educatore: solo lui può dirci se c’è davvero questa necessità oppure no. Può darsi che il bambino si lasci prendere dalla nostalgia solo quando sente la mamma o il papà, ma poi, nell’arco della giornata, sia sereno e facilmente distraibile. È conveniente che non si metta in atto un automatismo istantaneo tra il ‘vieni qua’ del bambino e il genitore che accorre».
La complicità con l’animatore può essere la carta vincente.«Il genitore e la figura di riferimento del bambino possono concordare insieme una strategia», osserva Elena Zighetti. «Per esempio, quest’ultimo può dire al piccolo: ‘So che ti mancano la mamma e il papà e avresti voglia di tornare a casa. Se rimani qui, però, avrei deciso di nominarti mio aiutante speciale: saresti bravissimo!’. In questo modo si fa sentire il bambino apprezzato e sostenuto, e nello stesso tempo lo si stimola ad attivare le sue risorse interiori per superare la piccola crisi».

di Francesca Mascheroni

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