Premi di merito, l'Inghilterra li cancella. Rischiano di intaccare l’autostima

Premi di merito, l’Inghilterra li cancella. Rischiano di intaccare l’autostima

Premi di merito, l'Inghilterra li cancella. Rischiano di intaccare l’autostima

Addio ai premi di merito nelle scuole primarie inglesi. Da sempre alle elementari, una volta alla settimana, venivano consegnati ai bambini degli attestati durante l’assemblea, che vede allievi, maestri e presidi riuniti a discutere della scuola e di temi educativi. Questi diplomi si chiamavano “Star of the week”, letteralmente stella della settimana, e venivano assegnati per i risultati accademici. La prospettiva era di dare riconoscimento all’impegno e valorizzare i migliori, solo che negli anni si è ottenuto un effetto negativo, con i bimbi rimasti senza premio che si sentivano inadeguati e perdevano fiducia in sé stessi.

Per questo adesso gli attestati settimanali non vengono più collegati alle capacità in matematica o scienze, ma al raggiungimento di obiettivi di crescita a livello umano e sociale. Quindi le “stelle della settimana” sono i piccoli che aiutano un amico meno brillante, che contribuiscono all’equilibrio della classe, che condividono la merenda o le figurine. Un cambio di prospettiva interessante, che arriva da un Paese come la Gran Bretagna dove la meritocrazia è fondamentale. E suggerisce riflessioni anche in Italia sull’opportunità o meno di dare dei riconoscimenti ai figli.

Serve un cambio di prospettiva

“Il rischio è che questi attestati, anche laddove non siano presi come un premio di merito didattico, rimangano in una dimensione autoreferenziale, dove al centro di tutto viene posto il bambino, perdendo di vista la dimensione collettiva e comunitaria” commenta Guenda Ghezzi Perego, psicoterapeuta milanese. Secondo lei, dunque, conviene ricorrere a questo tipo di strumento ma in un’ottica diversa. “Il bambino potrebbe utilizzare questi riconoscimenti come uno spunto di riflessione e di possibile miglioramento, attraverso una forma di autovalutazione cui contribuiscono anche insegnanti e compagni”, propone l’esperta.

“Ad esempio, ogni bambino all’interno di una classe potrebbe avere uno spazio nell’ambito di un cartellone in cui mettere un po’ la propria carta di identità. Sopra la foto di ogni bambino e sotto tre contenitori in cui si analizzano varie aree del suo sviluppo, come ad esempio autonomia, relazione con i compagni, partecipazione alle lezioni, secondo tre diverse prospettive: come si vede il bimbo, come lo percepiscono gli altri compagni e come lo percepiscono gli insegnanti”.

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Il piccolo deve lavorare su sé stesso

Secondo la dottoressa Ghezzi Perego, per tre mesi in classe si deve lavorare con ciascun bambino su queste tre macro aree, in modo che possa vedersi all’opera e avere dei riscontri che non sono solo quelli dell’insegnante, che gli dà l’attestato settimanale sulla base di una considerazione che presuppone dei suoi parametri di riferimento. Il bambino va messo al lavoro su sé stesso, per cercare di sviluppare un’autoriflessione e integrare quello che elabora come suo pensiero con quella che è la visione degli altri”. L’idea è quella di fargli mettere insieme punti di vista diversi sul suo comportamento e capire come sta evolvendo. “Altrimenti il diploma o l’attestato settimanale dall’insegnante al bambino rischia di rinforzare troppo la dimensione autocentrata e di non aiutarlo nella costruzione di un’immagine di sé che sia anche sociale, creata attraverso il rapporto con gli altri in un’ottica di cooperazione” insiste la psicoterapeuta.

Premi di merito vietati, meglio i rinforzi simbolici

In generale, comunque, a suo parere non conviene legare un risultato scolastico al conseguimento di un premio. “Il premio agisce come un rinforzo”, spiega la psicoterapeuta, “ma è meglio puntare su rinforzi simbolici più che a regali e cose concrete. Si può anche fare qualcosa creato dal genitore con il bambino, piuttosto che qualcosa di acquistato. L’unico rischio è che si crei dipendenza e il bambino capisca che un buon esito didattico porta a una ricompensa e decida di impegnarsi a scuola solo per quello”.

Insomma, non è che il premio di per sé non vada bene, ma è importante come si contestualizza il gesto. “Diventa utile anche svolgere un’attività comune, ad esempio andare a cena o in gita in un luogo che al bimbo piace. Per dare rilievo e valore a quello che è accaduto, sottolineando che si tratta di un traguardo che il bambino ha raggiunto attraverso il suo impegno e una serie di passaggi”, conclude Guenda Ghezzi Perego. “Più si riesce ad attribuire un peso non eccessivo al risultato didattico, meglio il bambino recepisce come messaggio che non è il voto che conta, ma come ha raggiunto il risultato. Se anche prende tutti i 10 ma in classe si comporta male, questo non va bene. Perché l’obiettivo è crescere bambini che siano il più possibile integrati in tutte le loro parti”. Non dei collezionisti di premi.

di Caterina Belloni

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