Razzismo a scuola: cinque modi per diventare accoglienti | Insieme

Razzismo a scuola: 5 modi per diventare accoglienti

Razzismo a scuola: 5 modi per diventare accoglienti

“Questo bambino nero è troppo brutto per essere guardato in viso, deve voltarsi verso la finestra”. Così un maestro della scuola elementare di Monte Cervino, un quartiere di Foligno, ha apostrofato uno dei suoi allievi, figlio di genitori originari della Nigeria. Anche alla sorella maggiore sono stati rivolti commenti per il colore della pelle. Un comportamento inaccettabile in una scuola pubblica che ha portato a proteste sui social media. A una denuncia in procura, ad articoli sui giornali, alla sospensione del docente tacciato di razzismo. Il maestro si è giustificato dicendo che si trattava di un esperimento sociale. E che voleva suscitare la reazione dei suoi allievi, perché stigmatizzassero un comportamento razzista. Peccato che le giovani vittime di questo esperimento non fossero informate del suo intento. E abbiano vissuto l’episodio come un attacco diretto, sentendosi feriti e maltrattati davanti ai loro amici.

L’apertura si insegna con l’esempio

«Il miglior modo per insegnare l’accoglienza è non generare tensioni». Lo spiega Emilia Ropa, 43 anni, educatrice e mamma di due bambini, Gioiele e Emanuele. «Se un bambino sperimenta che la sua mamma e il suo papà salutano le persone, quando vanno in giro, magari anche solo sull’autobus, cominceranno a farlo. Se i bambini vedono che la mamma e il papà sono i primi a non sottolineare le differenze, faranno la stessa cosa. I bambini vivono quello che respirano». Per questo l’esempio dei genitori è fondamentale in tutti i contesti. Soprattutto per temi irrinunciabili come quello dell’inclusione. L’altra cosa essenziale, secondo la dottoressa Ropa, è iniziare a ragionare sulle persone anziché sulle categorie.

Famiglia e scuolaInsieme per il bene dei bambini

Razzismo: dimenticare le categorie, concentrarsi sulle persone

«Questo sì che sarebbe un esperimento sociale, peraltro anti razzismo», sottolinea Ropa. «Invece di pensare ai calciatori dovremmo pensare a Cristiano Ronaldo. Anziché ragionare sui politici dovremmo farlo su Salvini, Renzi, Di Maio… Allo stesso modo non parliamo di migranti, di neri, di clandestini, ma di Abdul o Mohamed. Sembra un passaggio banale, ma non lo è. Occorre concentrarsi sulla persona. Anche quando si parla degli insegnanti non ha senso riferirsi alla categoria come se fosse un tutt’uno. Ci sono, invece, l’insegnante Mariella e il professor Claudio, ben diversi tra loro». Le generalizzazioni basate su categorie vanno evitate, se si vuole che i bambini crescano accoglienti e aperti al mondo. Poi, ovviamente, occorre sin da piccoli fare in modo che sperimentino l’accoglienza e non ne sentano soltanto parlare.

Cinque idee per diventare accoglienti

Ma come si fa a rendere questo concetto un’abitudine concreta? Emilia Ropa propone cinque azioni anti razzismo, che servono per aprire i confini della mente dei nostri figli. «I contesti in cui sperimentare sono tantissimi. Ad esempio, se si va al parco, si potrebbe giocare non solo con i propri amici, ma anche con gli altri bambini presenti. Oppure invitare tutti i compagni alla festa di compleanno e non solo qualcuno, selezionato con cura». L’altra cosa che favorisce l’accoglienza è l’andare il giro. «Se si sta chiusi in casa o in palestra e basta, non si favorisce l’incontro del bambino con gli altri. Se si va in giro per strada, camminando o a passeggiando, si valorizza l’idea dell’incontro. I bambini lo capiscono, come anche scoprono realtà diverse dalla loro».

Alla scoperta del mondo e di chi lo abita

Un altro atteggiamento vincente è quello di abituare i bambini a sentire diverse campane, senza voler offrire loro una verità unica e unilaterale. «Si può riuscire in questa impresa facendo vedere ai piccoli film e cartoni che raccontano verità diverse e da diversi punti di vista. Oppure, quando sono più grandi, proporre loro letture con approcci diversi per uno stesso tema», insiste l’esperta. Esperienze che aprono un po’ la mente, come quella del viaggio. A suo parere occorre abituarsi a viaggiare con i bambini, ma scoprendo luoghi e tradizioni diverse. «Se si va tre settimane in un villaggio a Zanzibar, senza mai mettere il naso fuori dall’hotel, non si riesce a maturare un’idea del luogo e di chi lo abita, perché in realtà si potrebbe essere ovunque, anche a Milano. Quando si viaggia in un Paese diverso, occorre offrire ai piccoli la possibilità di avere un confronto con culture, tradizioni e colori diversi. Si può fare anche con loro che, molto spesso, sono quelli che veicolano meglio le relazioni».

di Caterina Belloni

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