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Stanchezza vera o presunta?

Quante volte i bambini dicono: "Non posso, sono stanco". E così evitano di sbrigare le piccole faccende quotidiane che competono loro. Ma siamo sicuri che sia davvero stanchezza? Se invece...

Stanchezza vera o presunta?

Quando si tratta di giocare, saltare e correre come saette, i bambini sono pieni di energie, ma se si chiede loro di eseguire un compito, avanzano lamentele e scuse. Una su tutte: la stanchezza. L’impressione è che non vogliano fare troppa fatica. Come comportarsi? Ecco tre casi piuttosto comuni.

Rimettere a posto? Non so da dove cominciare

Preparatevi perché, per lungo tempo, la richiesta di riordinare la cameretta sarà oggetto di una dura lotta. «Per mettere a posto, il bambino deve interrompere i suoi giochi, decisamente più piacevoli, e non ha alcuna voglia di farlo», argomenta Elisabetta Rossini, pedagogista dello Studio di consulenza familiare di Milano. «Perché diventino via via sempre più autonomi, conviene che, all’inizio, i genitori se ne occupino insieme a loro».
Una specie di compromesso, per aiutare il bimbo a rendersi conto che si tratta di una fatica necessaria: sarà più facile per lui accettarla.
La regola della collaborazione vale anche quando i figli sostengono di non avere troppa stanchezza in corpo per spostare oggetti o scatole con bambole e pupazzetti. «Il messaggio del genitore deve essere chiaro e senza cedimenti», insiste Elisabetta Rossini.
«L’unica concessione è offrirsi di aiutare il bimbo, spiegando che la mamma prenderà alcuni giochi, così che il peso si riduca. Lui, però, dovrà occuparsi della scatola, come gli era stato chiesto. L’importante è mantenere la fermezza senza farsi sopraffare dal nervosismo».

Bambini e capricciLa strategia vincente

Che stanchezza! Oggi niente danza

Ci sono volte in cui, soprattutto se stanno giocando o si stanno rilassando e vivono un momento gratificante, i bambini inventano mille scuse perché non vogliono svolgere una delle loro attività pomeridiane. «Bisogna spezzare l’incantesimo del gioco, cambiarsi, uscire. E la tentazione di non farlo è forte», spiega Rossini.
«Il genitore deve essere molto fermo, soprattutto quando il bambino ha dai sette anni in su, età in cui comincia a sviluppare la capacità di comprendere lo scorrere del tempo. Per i più piccoli, invece, un corso che dura da settembre a giugno è effettivamente un tempo lunghissimo. Si può essere, quindi, un pochino più flessibili».
Per rendere più semplice l’uscita, è buona norma avvisare i bambini  in anticipo, in modo che abbiano tempo di prepararsi a lasciare il gioco che stanno facendo».
‘Parlamentare’, però, non serve: l’opera di convincimento sfinisce il genitore. Può essere, invece, utile preparare un calendario con le attività, da mettere bene in vista: il figlio potrà memorizzare la sua routine.

Non posso fare i compiti: ho mal di testa

Capita quando un bimbo, specie nei primi due anni di scuola, non ha voglia di rimettersi sui libri dopo le lezioni. «Un genitore capisce subito se ha un malessere o se avanza un pretesto», spiega Elisabetta Rossini.
«Per evitare proteste e lamentele, subito dopo la fine della scuola conviene lasciare ai bambini un tempo senza regole, in cui possano fare quello che vogliono e sfogare le loro energie, anche fisicamente. Se si torna a casa a piedi e corrono, non bisogna imbrigliarli, ma dire che restino sul marciapiede. Anche un cartone animato può essere utile a staccare».
Per evitare il capriccio conviene lasciare al piccolo mezz’ora di relax e, poi, chiedere che si impegni. «La capacità di concentrazione, anche alle elementari, è di pochi minuti: avere momenti liberi permette di recuperare le energie esaurite durante
le ore scolastiche».
«I compiti sono tanti? Bene suddividere il tempo di lavoro con brevi pause, in modo da non chiedere ai piccoli uno sforzo al di sopra delle loro capacità».

di Caterina Belloni

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