L'Unicef: l'Italia non è un paese per bambini | Insieme in famiglia

L’Unicef: l’Italia non è un paese per bambini

L'Unicef: l'Italia non è un paese per bambini

Siamo certi che lo avevate già capito, mamme: l’Italia non è il Paese migliore dove crescere un figlio. Proprio nei giorni in cui cresce l’allarme per gli adulti di domani, sia in ambito lavorativo (i contratti stabili sono in frenata) sia nel settore previdenzale (la generazione ’80 andrà in pensione a 75 anni, figuriamoci i Millennials…), anche dall’Unicef arriva una bocciatura. Almeno, così va interpretato il rapporto “Equità per i bambini“, che pesa le disuguaglianze nel benessere dei bimbi negli Stati più ricchi del Pianeta. Nella graduatoria siamo al 32° posto assoluto (su 41 Paesi censiti). Che diventa però il quart’ultimo se valutiamo la classifica dei Paesi di cui il Fondo per l’infanzia ha potuto verificare tutte le dimensioni della disuguaglianza: ovvero reddito, istruzione, salute e soddisfazione di vita. Peggio di noi fanno solo Bulgaria, Turchia e Israele.

Non un gran risultato, foriero oltretutto di problemi. “È ormai convinzione diffusa”, sottolinea il report, “che le esperienze infantili abbiano un profondo impatto non solo sulla vita presente dei bambini, ma anche sulle loro opportunità e prospettive future. Analogamente, le condizioni di svantaggio socio-economico nei primi anni di vita aumentano il rischio di retribuzioni, standard sanitari e competenze inferiori in età adulta”. E non è tutto: una partenza ad handicap “a sua volta può causare il perpetuarsi dello svantaggio di generazione in generazione. Di tutto ciò il bambino non ha colpa”, ma subisce le conseguenze.

L’area in cui il nostro Paese è maggiormente deficitario è quella del reddito (siamo al 35° posto): qui si annidano le maggiori disuguaglianze. Per un attimo entriamo nei tecnicismi, ma è necessario per capire fino in fondo il senso di una cifra. L’Italia, che ha un tasso di povertà infantile del 17,7% (significa che quasi un bambino su 5 vive in condizioni di povertà), ha un “divario reddituale relativo” del 60,64%. Significa che il reddito familiare dei bambini della fascia più bassa è inferiore al reddito di una famiglia “media” di oltre il 60%. Ovvero, se una famiglia media ha entrate in un anno pari a 40 mila euro, la famiglia più svantaggiata ne ha per 16 mila. Una bella differenza.

Siamo piazzati un po’ meglio nella classifica della salute, che valuta i disturbi riferiti quotidianamente dai bambini, dal mal di testa al mal di stomaco, dal senso di spossatezza al nervosismo, dalla difficoltà a prendere sonno al senso di vertigine: qui siamo al 28° posto. Scaliamo ancora qualche posizione nelle graduatorie dell’istruzione, che pesa le competenze degli studenti, e della soddisfazione espressa dai bimbi nei confronti della vita: in entrambe ci collochiamo al 22° posto. Evidentemente il sistema scuola tiene ancora. E i nostri figli non si percepiscono in condizioni di grande disagio. In fondo, non è poco.

Ma quali sono i Paesi più virtuosi, in cui le differenze fra bambini sono meno rilevanti? Al solito, spiccano gli Stati scandinavi, a eccezione della Svezia (22ª): al primo posto assoluto c’è infatti la Danimarca, davanti a Finlandia, Norvegia e Svizzera (appaiate al secondo posto), seguono Austria, Paesi Bassi e Irlanda. Da notare come nell’ultimo terzo della graduatoria vi siano alcuni dei Paesi più ricchi al mondo, quali Canada (26°) e Francia (28°), oltre all’Italia. Un dato che non deve stupire, poiché è proprio qui che le diseguaglianze di reddito, come sottolinea il report Unicef, continuano a crescere, “soffocando la mobilità sociale verso l’alto”. La forbice si allarga, e si riducono le speranze di futuro per molti bimbi.

Fulvio Bertamini

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