Affrontare l'insuccesso, i consigli ai genitori per aiutare i figli

Affrontare l’insuccesso, i consigli ai genitori per aiutare i figli

Affrontare l'insuccesso, i consigli ai genitori per aiutare i figli

La vita è un percorso costellato anche di insuccessi, lo sappiamo bene noi adulti. Per un bambino, però, è diverso: fra le molte cose che deve apprendere c’è anche questa. Come insegnarli a metabolizzare l’insuccesso, ovvero i piccoli rovesci a scuola, nello sport, nelle attività che pratica nel suo tempo libero? Come motivarlo a non mollare alle prime difficoltà? Come sganciarlo dalle ambizioni e dalle aspettative eccessive, spesso inculcate da un ambiente (familiare, sociale) che sempre di più tende a dare valore al successo, al denaro, alla fama, che divide l’universo umano in vincenti e falliti? Come aiutarlo a focalizzare le sue energie su ciò che davvero gli interessa e gli piace, facendo lievitare in modo sano la sua autostima?

Imparare a sbagliare

A rispondere a queste e a molte altre domande prova Roberto Gilardi nel saggio “Quando manca l’applauso. Come aiutare i nostri figli ad affrontare l’insuccesso” (Le Comete FrancoAngeli, 124 pagine, 16 euro). Gilardi è un formatore di formatori (insegnanti, counselor, genitori) e lo si percepisce chiaramente leggendo il suo libro. Perché ha la capacità di fornire gli strumenti in modo preciso, documentato, scientifico, ma anche l’abilità di raccontarli con una prosa brillante, a tratti divertente, ulteriormente alleggerita dalle sue vignette umoristiche (è anche un ottimo disegnatore). Temi molto seri, sempre complessi, trattati però con una leggerezza non banale: l’unico modo per tenere sempre desta l’attenzione del lettore (e dell’ascoltatore, durante le lezioni frontali).

Quello di Gilardi è soprattutto un manuale d’uso pratico, una cassetta degli attrezzi che consente ai genitori (per esempio, ma non solo) di comprendere alcuni aspetti fondamentali dell’autostima: di cosa si nutre, i suoi impatti sulla persona, i parametri con i quali la misuriamo. Una questione non facile da affrontare, «perché l’aiutino non arriva quasi mai da altri», scrive Gilardi. «Quando il metro con il quale ci misuriamo è troppo nelle mani di altri, cioè quando i criteri di valutazione di noi stessi li decide sempre qualcun altro, potremmo trascorrere una vita di tormenti solo per corrispondere alle richieste che ci pervengono da familiari, amici, parenti, colleghi, implicite o esplicite che siano. Quando invece il metro con il quale ci misuriamo è troppo o solo nelle nostre mani, potremmo trascorrere una vita isolata (…), senza possibilità di confronto, mediazione, miglioramento».

Stima di sé nonostante l’insuccesso

Ecco quindi che bisogna comprendere, anzitutto, che cosa sia l’autostima – per ciascuno di noi, s’intende – visto che non è un moloch, ma una rosa dai mille petali: come si costruisce, come si tiene viva e in buona salute, cioè nel giusto equilibrio fra zenit e nadir, egolatria e depressione. Gilardi ce lo spiega con chiarezza. E poi ci illustra, soprattutto, le modalità per dare un sostegno efficace ai nostri figli. Che passa, fra l’altro, attraverso il riconoscimento dell’esperienza negativa che sta vivendo; nell’offerta di un modello coerente cui rapportarsi; nella capacità di raccontare le proprie vicende negative, che consentono la condivisione della frustrazione; nella capacità di rassicurare il bambino, di accompagnarlo nei suoi sforzi, magari rivedendo, se la fatica è eccessiva, gli obiettivi da raggiungere.

La guida procede con molti esempi concreti, ispirati all’esperienza professionale di Gilardi, che non omette di sottolineare l’importanza delle relazioni sociali, nella formazione dell’autostima: dalla presenza costante dei genitori, chiamati non tanto a giudicare quando a comprendere e indirizzare, al ruolo degli insegnanti e degli educatori. Bellissima la parte finale del saggio, in cui l’autore analizza il peso delle aspettative, in questo delicatissimo campo. E affronta il peso della delusione, cancellando dal vocabolario dei sentimenti il sostantivo “fallimento”, totalmente privo di significato se legato all’attività umana. Fallisce un’azienda, non una persona.

Darsi tempo dopo l’insuccesso

Insuccesso, semmai: di questo possiamo e dobbiamo parlare, afferma Gilardi. Perché è determinante saperlo comprendere, digerire, rielaborare: proprio come un lutto, o una cena troppo pesante. Dopo la quale è necessario ingoiare un po’ di bicarbonato, magari fare una passeggiatina: prendersi un po’ di tempo, insomma, prima di andare a letto e riposare. Solo attraverso questo processo “peristaltico” possiamo sperare che la nottata passi senza danni, che equilibrio e maturità siano obiettivi alla nostra portata. Proprio la capacità di capire e accettare i nostri errori “è un elemento che costruisce autostima, e forse di una qualità migliore”. Ne è convinto Roberto Gilardi e, per quel che vale, ne siamo assolutamente convinti anche noi.

Fulvio Bertamini

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