Epatite C, tatuaggi e filler nel mirino | Insieme in famiglia
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Epatite C, tatuaggi e filler nel mirino

Epatite C, tatuaggi e filler nel mirino

L’incidenza dell’epatite C nelle giovani donne ormai ha raggiunto percentuali rilevanti e sul banco degli imputati salgono, ancora una volta, tatuaggi e trattamenti estetici praticati in ambienti non idonei dal punto di vista igienico-sanitario. Un segnale d’allarme da non sottovalutare, visto che la presenza del virus Hcv riduce la fertilità e, in caso di gravidanza, aumenta le possibilità di aborto.

I dati sono emersi da uno studio condotto dall’Università di Modena e Reggio Emilia, che è stato presentato nel Congresso internazionale sul fegato di Barcellona, svoltosi in questi giorni. Come ha chiarito la professoressa Erica Villa, docente di Gastroenterologia all’Università di Modena e Reggio Emilia e presidente dell’associazione Women in Hepatology, “le donne giovani rappresentano il 15-20% della popolazione globale di pazienti. Una cifra di tutto rispetto, soprattutto se si considera che ancora oggi sono considerate una categoria speciale: se colpite da epatite C, sviluppano la malattia in maniera blanda, al punto che di solito non vengono trattate con terapia farmacologica”.

Ma cosa è cambiato in questi ultimi anni? Anzitutto lo “sguardo” dei ricercatori, che si è focalizzato proprio sulla popolazione giovane e non più soltanto sulle donne in menopausa o in pre-menopausa, il periodo più delicato, durante il quale la malattia può subire un’accelerazione importante e portare alla cirrosi. Si consideri che il virus Hcv è considerato l’ottavo big killer al mondo e l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di persone – un milione circa – affette da infezione cronica, che può degenerare in insufficienza epatica e cancro al fegato.

E poi, nella trasmissione del virus incide l’ampio ricorso al tatuaggio, al piercing, a trattamenti estetici quali manicure, filler, laser. “In Italia il contagio avviene prevalentemente per via parenterale, cioè tramite il sangue, anche se in modo inapparente, molto più che attraverso i rapporti sessuali”, sottolinea la professoressa Villa. “È evidente che queste pratiche, se svolte in un ambiente non controllato dal punto di vista igienico-sanitario, rappresentano un veicolo facile di trasmissione”. Aggiunge il professor Enrico Mantero, specialista infettivologo: “La trasmissione con tatuaggi e trattamenti estetici è un ‘classico’, in quanto tali procedure sono cruente, prevedono contatto con il sangue e troppe volte le prassi di sterilizzazione degli strumenti sono deficitarie o inesistenti. Bisognerebbe evitarle a tutti i costi, o quantomeno servirsi di operatori altamente attendibili”.

Anche perché l’Hcv non soltanto mina la salute delle pazienti, ma può ostacolare la loro realizzazione come madri. Proprio i ricercatori italiani, infatti, hanno scoperto che, in presenza di epatite C, “il rischio di perdere il bambino durante la gravidanza quasi raddoppia, passando dal 20-25% al 42%”, sottolinea Villa, “mentre si dimezza la fertilità della donna”. L’Hcv è in grado di annidarsi in molti organi, fra cui le ovaie e il tessuto che dà origine alla placenta, il trofoblasto: ecco perché è di ostacolo alla maternità. Quindi, “se una donna affetta da Hcv desidera avere figli, è necessario che consulti preventivamente il proprio medico”, afferma il professor Enrico Mantero. “Il virus non si trasmette facilmente dalla madre al bambino non ancora nato, ma questa possibilità non è esclusa, per cui è necessario assumere le dovute precauzioni”.

Per fortuna la terapia farmacologica contro il virus sta dando frutti decisivi grazie alla scoperta, nel 2011, dei farmaci ad azione antivirale diretta (DAA) – come il sofosbuvir, il ledipasvir, il daclatasvir, la ribavirina – che riescono a sfiorare il successo nel 100% dei casi trattati. Se la loro efficacia non è in discussione, il loro problema sono i costi, altissimi: in Italia un ciclo di cure non scende mai sotto i 15 mila euro, una cifra insostenibile sia per i privati che per il Servizio sanitario nazionale, dato l’alto numero di pazienti. Ma in commercio, da qualche tempo, esistono anche i generici, prodotti per la prima volta in India su licenza diretta. Medicinali che, come ha chiarito a Barcellona il ricercatore australiano James Freeman, sono efficaci e sicuri tanto quanto i farmaci griffati. “È una notizia rassicurante”, afferma la professoressa Villa, “anche perché un ciclo di cure con i generici costa solo poche centinaia di euro“.

L’Italia è comunque in prima linea nella ricerca sui nuovi DAA e sta realizzando studi di coorte per testare la loro efficacia nella pratica clinica. Il compito è stato affidato a Piter, Piattaforma italiana per lo studio della terapia delle epatiti virali, progetto nato dalla collaborazione tra il Dipartimento del farmaco dell’Istituto superiore di sanità, l’Associazione italiana studio del fegato e la Società italiana di malattie infettive e tropicali. Piter coinvolge un centinaio di centri clinici e segue sul territorio nazionale circa 10 mila pazienti affetti da epatite C.

Fulvio Bertamini

 

 

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