Tubercolosi, non abbassiamo la guardia | Insieme in famiglia

Tubercolosi, non abbassiamo la guardia

Tubercolosi, non abbassiamo la guardia

Secondo i dati del Ministero della Salute, in Italia negli ultimi anni si sono registrati meno di 10 casi di tubercolosi ogni 100 mila abitanti (per l’esattezza, 7,2 nel 2012, con 4.300 casi). Il nostro Paese, dunque, appartiene alla fascia degli Stati a bassa incidenza di tbc. Ciò non significa che sia opportuno abbassare la guardia contro questa malattia, che nei 22 Paesi in cui è presente in forma massiccia colpisce, in media, 650 mila bambini l’anno. Si consideri che, sempre nel 2012, i nuovi casi in età pediatrica sono stati 530 mila, ma il 65% non è stato diagnosticato, quindi non ha ricevuto cure. Secondo i dati pubblicati sulla rivista The Lancet Global Health, ben 15 milioni di bambini sono esposti annualmente alla tbc – la fonte di contagio principale sono gli individui adulti – e 53 milioni vivono con un’infezione latente.

In Italia la diffusione della tbc è in crescita. Non è il caso di allarmarsi, ma neppure di sottovalutare il problema. Il maggior numero di casi si verifica nel Nord e nel Centro Italia, soprattutto nelle grandi città. L’ultimo allerta è venuto da Susanna Esposito, presidente della Sitip, Società italiana di infettivologia pediatrica: “Non voglio creare tensione o favorire segregazione”, ha dichiarato, “ma sono convinta che, prima dell’inserimento scolastico dei bimbi provenienti dalle aree endemiche, sarebbe opportuno uno screening delle malattie infettive, a cominciare dalla tubercolosi”. Circa la metà dei casi italiani, infatti, si registra fra gli stranieri provenienti dai Paesi in cui la tbc è molto diffusa.

Secondo la dottoressa Esposito, “la tbc in Lombardia, tra i bimbi sotto i 2 anni e fra i 2 e i 5 anni, non è più a bassa incidenza. Bisognerebbe riscoprire, dunque, la medicina scolastica: individuare i casi latenti di tbc consente di trattare i bambini, evitando la riattivazione della malattia”. Solo il 10% delle persone che vengono contagiate dal bacillo di Koch, infatti, si ammala: il batterio rimane latente all’interno dell’organismo anche per lungo tempo, attivandosi solo quando si abbassano le difese immunitarie.

Va anche considerato, però, che i bambini non sono un valido veicolo di contagio: sotto i 12 anni sono poco infettivi, perché le lesioni polmonari sono minime e l’espulsione del bacillo mediante la tosse è scarsa o assente. E Fernando Maria De Benedictis, direttore del reparto Malattie infettive dell’ospedale Salesi di Ancona, getta acqua sul fuoco: “Il problema riguarda solo i figli degli immigrati provenienti da Paesi dove l’infezione è endemica”, ha dichiarato. “Al contrario, i casi di tbc dei bimbi nati in Italia, al di là della loro origine, sta diminuendo”.

Come si individua la tbc? Con il test di Mantoux, che si esegue inoculando nel paziente un derivato del batterio, la tubercolina: se l’esito è positivo, si procede con una radiografia al torace per valutare l’entità della lesione. La malattia, poi, si cura con un cocktail di antibiotici, praticamente gli stessi da 40 anni. La ricerca, in materia, ha languito e solo nel 2012 è stato registrato un nuovo medicinale anti-tbc, la bedaquilina, seguito nel 2013 dal delamanid. Però altri 10 nuovi farmaci antitubercolari sono in avanzata fase di sperimentazione e in cantiere ci sono anche 10 nuovi vaccini per la prevenzione, più 2 immunoterapici. Per rispondere all’epidemia globale occorrono 7-8 miliardi di dollari l’anno: solo così sarà possibile ridurre l’incidenza globale della tubercolosi del 90%, obiettivo strategico fissato dall’Oms per il 2035. Ma all’appello mancano 2 miliardi di dollari l’anno. Sarà molto difficile, insomma, centrare il target.

Fulvio Bertamini

 

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