8 marzo: ci sono ancora diritti da conquistare? | Insieme
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8 marzo: ci sono ancora diritti da conquistare?

8 marzo: ci sono ancora diritti da conquistare?

Pizza con le amiche o strip? E’ questo il menu proposto per festeggiare l’ 8 marzo. Molte, moltissime, riceveranno la consueta mimosa, da sfoderare tra i capelli come un’arma (Io sì che valgo!). Poche, pochissime, definirebbero se stesse femministe. Ormai abbiamo gli stessi diritti degli uomini, no? No. Come spiega Giulia Bongiorno, avvocato penalista, nel suo nuovo libro Le donne corrono da sole. Storia di un’emancipazione interrotta,  Rizzoli, motivi per lottare ce ne sono ancora tanti. Ma, ed è questa la tragedia, neanche ce ne accorgiamo. Viviamo una “libertà virtuale” in cui è normale essere “carrieringhe”. In cui è normale lasciare il lavoro dopo essere diventate mamme. In cui è normale sapere dove sono i calzini del marito.

8 marzo: il diritto di avere un lavoro e di dividere quello domestico

«L’indipendenza economica è l’unica arma di difesa», scrive Bongiorno. «Se il rapporto non funziona, dovremmo essere sempre in condizioni di dire al nostro compagno “vado via” senza aver bisogno di chiedergli il denaro necessario». Ma se, invece, un lavoro l’abbiamo, resta sulle nostre spalle la gestione di casa e figli. «Per capire quanto sia illusoria la libertà delle donne, bisogna capire come usano la libertà gli uomini. Che si ritengono liberi da incombenze relative alla gestione della casa e della famiglia. E non si pongono il problema delle conseguenze di questa sconfinata libertà su quella della donna con la quale hanno costruito una famiglia. Dobbiamo batterci quotidianamente per evitare di accollarci i doveri degli altri, oltre ai nostri. Anche se una legislazione inadeguata ci rende le cose più difficili».

8 marzo: il diritto di vedere retribuito il lavoro domestico

Qual è il vantaggio di aver imparato a “ritagliare” del tempo per sé? O di saper pensare alla cena mentre stiamo affrontando un lavoro impegnativo? Se è ormai assodato che le donne devono/possono lavorare persiste comunque «l’incapacità di accettare le conseguenze del lavoro femminile». Insomma, va bene avere un’occupazione ma non deve interferire con le responsabilità familiari. Perché continuiamo a rispettare questa logica? Cominciamo a mettere qualche paletto, a essere meno generose con il nostro tempo, a smettere di credere nella nostra capacità multitasking. Secondo alcune stime, il lavoro svolto da una casalinga – lavare, cucinare, stirare, fare la spesa, riordinare… – andrebbe retribuito con 7.000 euro al mese. «Bisognerebbe riconoscere il valore sociale ed economico di quello che è un lavoro a tutti gli effetti», scrive Bongiorno. «In questo modo le donne avranno  la possibilità di operare una scelta di vita più consapevole e rispettabile, libere dal senso di inadeguatezza».

8 marzo: il diritto di dare il proprio cognome al figlio

Quando nasce un bambino e il papà c’è, prende il suo cognome, automaticamente. E’ una questione irrilevante? «Si pensa di attenersi a una consuetudine quando invece si perpetua una discriminazione oggettiva dato che alla donna non è concesso scegliere. Per l’uomo è un diritto, non deve neanche chiedere di esercitarlo», spiega l’avvocato Bongiorno. Finora ci sono stati quasi 50 tentativi legislativi per modificare la norma ma l’attribuzione del cognome resta prerogativa del padre, con la sola possibilità, seguendo un iter farraginoso, di aggiungere quello materno. E’ parità, questa?

di Shamiran Zadnich

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